Perché leggere? Un intermezzo di inquietudine

State tranquille e tranquilli [eventuali lettrici o lettori]. Questo non è un articolo in cui spiego perché leggere fa bene/è bello/serve. Si tratta piuttosto di una domanda che con un po’ di inquietudine mi faccio dopo aver finito di leggere l’ultimo libro che avevo sul comodino.

Ancora più nello specifico, perché tra settembre e gennaio ho pressoché smesso di leggere per “svago”? Ne avrò iniziati una ventina, provando a saltare tra forme e generi diversi, senza riuscire a superare le venti pagine.

Nuova Poesia Americana vol. 2, Tristram Shandy, L’Arcobaleno della Gravità, Moby Dick , La mano sinistra delle tenebre e molti altri. Niente da fare. A nessuno di questi sono sopravvissuto.

C’è da dire che, dovendo studiare per lavoro, sono abituato ad avere il cervello blindato di fronte alla parola scritta dopo una giornata passata a leggere dei paper. È un ciclo: lo sai e non stai a chiederti perché. Confidi nel fatto che tra qualche settimana/mese la fame di libri ritorni ad aggredirti.

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Un io narrante di Underworld ti parla dal dormiveglia

Il primo capitolo di Underworld di Don Delillo ha come io narrante una pallina da baseball durante la finale della National League del 1951 . È un derby newyorchese tra Dodgers e Giants, vinto da questi ultimi grazie a un fuoricampo di Bobby Thomson. Il suo gesto è stato soprannominato The Shot Heard ‘Round The World.

Provate a immaginare questa pallina che schizza da una parte all’altra del Polo Ground, “inquadrando” persone sedute in diversi punti dello stadio: da Frank Sinatra a Cotter, il ragazzino che riesce a impossessarsi dell’oggetto finito sugli spalti.

Vi sembra un modo cervellotico di raccontare una storia? Avete completamente ragione. Bisogna però dire che DeLillo fa capire fin da subito al lettore che troverà duro. Infatti, oltre alla pallina (e come in altri romanzi postmoderni come Infinite Jest e 2666) la storia rimbalza tra un punto di vista e un altro.

In Underworld c’è però un personaggio e io-narrante che potrebbe essere il protagonista. Si chiama Nick Shay ed è l’unico a raccontare in prima persona. Detto questo, non è facile seguire il suo flusso di coscienza. Per esempio, nella prima parte del romanzo, Long Tall Sally, mi ha dato l’impressione di essere in procinto di addormentarsi mentre narra la sua storia.

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