[SPOILER] Il finale di Patria

Patria è un romanzo di Fernando Aramburu che parla di due famiglie basche divise (recise?) da un evento tragico legato alle attività di Euskal Herria Askatasuna (E.T.A.)

La lingua d questo libro è stupefacente almeno quanto la storia che tratta e la caratterizzazione dei personaggi. Il finale ha come protagoniste Miren e Bittori, vecchie amiche d’infanzia che non si parlano da quando l’E.T.A. ha ucciso il marito di quest’ultima: Txato.

Osservate la prosa di Aramburu scorrere come un fiume, i frammenti di monologo interiore sono ciottoli che rotolano insieme a lei. Attorno, il coro di sguardi è un personaggio collettivo soffocante, come i piccoli paesi in tutto il mondo sanno sempre essere. Buona lettura

Bittori si accomiatò da Arantxa e da Celeste nell’angolo della piazza. Miren uscì dalla chiesa. Una decise di andare senza perder tempo in panetteria perché stanno per chiudere, se non hanno già chiuso; l’altra, di riunirsi con la figlia, magari di prendere un aperitivo con lei e con Celeste, e poi andare a casa a occuparsi del pranzo. Le due donne si videro a una cinquantina di metri di distanza. In quel momento Bittori aveva il sole in faccia; si mise una mano a mo’ di visiera e, merda, si sarà accorta che l’ho vista; ma non mi faccio da parte. Miren si avvicinava camminando a passi domenicali, spensierati, all’ombra dei tigli e quella là mi sta guardando, ma sta fresca se crede che mi faccio da parte. Avanzavano in linea retta l’una verso l’altra. E le numerose persone che stavano in piazza se ne accorsero. I bambini, no. I bambini continuarono a scorrazzare e a urlare. Fra gli adulti si formò un rapido groviglio di bisbigli. Guarda, guarda. Erano così amiche.

L’incontro si verificò all’altezza del gazebo della musica. Fu un abbraccio breve. Le due si guardarono un instante negli occhi prima di separarsi. Si dissero qualcosa? Niente. Non si dissero niente.

Aramburu, Patria

Altri finali bellissimi

Il finale di La morte del padre di Karl Ove Knausgard

Il finale di Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan

Il finale di Il tempo è un bastardo

Il finale di Il tempo è un bastardo è il punto che chiude un cerchio. La storia inizia nell’appartamento di Sasha e si conclude davanti allo stesso palazzo, ma lei non c’è più (e due dei tanti protagonisti sono irrimediabilmente vecchi).

Si chinò sul pulsante, ogni elettrone del suo corpo proiettato su per quelle scale angolose e male illuminate che ora ricordava con precisione, come se fosse uscito da casa Sasha solo quel mattino. Mentalmente le risalì fino a vedersi entrare in un appartamento piccolo e ingombro – dei viola, dei verdi – pieno di un odore umido di vapore e candele profumate. Il sibilo di un termosifone. Piccoli oggetti sui davanzali. Una vasca da bagno in cucina; sì, ne aveva una! Era l’unica che Alex avesse mai visto.

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3 incipit belli: Marìas, Luiselli, Marquez

Alcuni incipit mi hanno scaraventato immediatamente dentro il libro senza farmi uscire fino all’ultima pagina, altri mi hanno illuso, altri ancora hanno trasformato la mia idea di letteratura. Ma c’è qualcosa che accomuna tutti questi incipit: sono belli. Lascio qui gli inizi di tre romanzi, rispettivamente di Xavier Marìas, Valeria Luiselli e Gabriel Garcia Marquez.

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L’incipit di Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni.

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L’incipit di Un cuore così bianco

L’incipit di Un cuore così bianco parla di un proiettile ed è scritto come se fosse un proiettile. Purtroppo la tensione narrativa dal secondo capitolo in poi si scioglie, perdendosi in qualche estetismo di troppo.

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti. Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insaguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne. Stringeva in mano il tovagliolo, e lo lasciò andare solo nel momento in cui, accortosi del reggiseno abbandonato sul bidè, cercò di nasconderlo con il tovagliolo che teneva a portata di mano o stretto in mano e che le sue labbra avevano macchiato, come se provasse più vergogna alla vista di quell’indumento intimo che davanti al corpo riverso e seminudo con cui l’indumento era stato a contatto fino a poco prima: il corpo che si era seduto a tavola, e poi aveva attraversato il corridoio e si era diretto in bagno. Un attimo prima, con un gesto automatico, il padre aveva chiuso il rubinetto del lavabo, quello dell’acqua fredda, che era rimasto quasi del tutto aperto. Mentre si fermava davanti allo specchio, e si apriva la camicetta per sfilarsi il reggiseno e cercarsi il cuore, la figlia doveva aver pianto, poiché, distesa sul pavimento freddo di quel bagno enorme, aveva gli occhi traboccanti di lacrime che a pranzo nessuno aveva notato né potevano essere spuntate dopo che era caduta a terra senza vita. Contrariamente alle sue abitudini e a quelle della famiglia, non aveva chiuso a chiave la porta, per questo il padre dovette immaginare (ma solo per un istante e quasi senza rendersene conto, mentre ingoiava ciò che gli era rimasto in bocca) che forse sua figlia, in lacrime, aveva atteso o desiderato che qualcuno intervenisse, aprendo la porta e impedendole di fare quel che aveva fatto, non con la forza, ma con la sua presenza, osservandone la nudità mentre era ancora viva o posandole una mano sulla spalla.

Javier Marias, Un cuore così bianco.

L’incipit di Archivio dei bambini perduti

È un classico: vai a una conferenza in un posto piccolo, fuori dalla sala c’è il banchetto della casa editrice, leggi l’incipit e se ti piace compri il romanzo. È successo più o meno così con Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli, che si apre con una camera fissa sull’auto di una famiglia di quasi americani che comincia il suo ultimo viaggio.

Il resto del libro sarà presto storia della letteratura.

PARTENZA

Le bocche aperte al sole, dormono. Il maschio e la femmina, le fronti imperlate di sudore, le guance rosse, striate di bianco dalla saliva seccata. Occupano l’intero sedile posteriore dell’auto, stravaccati, le membra placide e abbandonate. Dal sedile del navigatore, ogni tanto mi giro per dar loro un’occhiata, poi torno a studiare la mappa. Avanziamo nella lenta lava del traffico verso i margini della città, lungo il ponte George Washington, e ci immettiamo nell’autostrada. Un aereo passa sopra di noi e lascia una lunga cicatrice rettilinea sul palato di un cielo senza nubi. Al volante, mio marito si aggiusta il cappello, si asciuga la fronte con il dorso della mano.

Valeria Luiselli, Archivio dei Bambini Perduti

Razzabuglio: il blog di Ifemelu

Ifemelu è la protagonista di Americanah. Nigeriana emigrata in America e alle prese con diversi strati di razzismo e incomunicabilità tra questi due mondi, ha un blog chiamato Razzabuglio.

Il blog in realtà non esiste (purtroppo): è semplicemente una linea narrativa attorcigliata attorno alle vicende dei personaggi. Infatti, molti capitoli si concludono con un articolo di Razzabuglio che, da un punto di vista tematico, integrano le cose che succedono a Ifemelu.

Ogni articolo affronta un tema sociale rilevante con ironia e intelligenza. Inoltre, fanno riflettere su tutta una serie di aspetti che non attraversano mai la prospettiva di chi appartiene razza/classe dominante. Come me. Per questo motivo sono davvero grato a Chimamanda Ngozi Adichie per avermi regalato Americanah e allo stesso tipo un po’ triste perché Razzabuglio non esiste per davvero.

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Luiselli, Joyce, Saramago

Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli è un grande libro da un punto di vista stilistico. La storia è struggente, attuale e necessaria, ma il modo in cui l’autrice la intesse è da olimpionici della letteratura.

Per esempio, il penultimo capitolo, narrato dal figlio, la cui voce prende il posto di quella della madre a metà romanzo, si allarga per 33 pagine senza neanche un punto. In ciò mi ha ricordato due opere caratterizzate dall’accumulo: Ulisse di Joyce e Le intermittenze della morte di Saramago.

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Americanah: integrazione e lingua

Come ho già scritto altrove, leggere Americanah è come mettersi degli occhiali distorcenti, che permettono di guardare il mondo dal punto di vista di uomini e donne della middle-class nigeriana immigrati negli USA o in UK. La maggior parte delle volte questo processo di integrazione fallisce: i protagonisti non riescono a capire il motivo di certe abitudini oppure si rendono conto che non verranno mai accettati perché non corrispondono agli stereotipi positivi e negativi che circolano su di loro. Ecco due estratti che mettono in luce questa problematica

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Diario del lettore #1

Ifem, lo sai che in America potrai avere tutti i vestiti che vuoi e la prossima volta che ci vediamo sarai un’autentica americanah.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah

Non sempre è facile trovare il libro giusto, soprattutto quando si finisce un capolavoro. Negli ultimi 365 giorni me ne sono capitati almeno due: Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bonaño. Entrambi meravigliosi ed estenuanti allo stesso tempo, per come centrifugano via il lettore e lo prendono in giro. Ma il più grande problema riguarda il dopo, perché finendo romanzi di questo tipo, per molte settimane è difficile trovare qualcosa di ugualmente avvincente e impegnativo. 

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