il primo libro di 2666: la Parte dei Critici

2666 è diviso in cinque libri. Il primo è La parte dei critici e ha come protagonisti quattro critici letterari ossessionati da un autore tedesco misterioso: Benno Von Arcimboldi.

Il libro è suddiviso in due nuclei.

Nel primo vengono presentati i quattro protagonisti, Pelletier, Espinoza, Morini e Liz Norton, nel contesto di una lunga parodia degli ambienti accademici che si occupano di critica letteraria.

Nel secondo, tre dei quattro critici partono per Santa Teresa, una città messicana immaginaria che assomiglia in tutto per tutto a Ciudad de Juarez e dove sembra che si trovi Arcimboldi.

La ricerca è infruttuosa per i due uomini della compagnia di detective improvvisati, ovvero Pelletier ed Espinoza, che anzi è come se si deteriorassero a contatto con la città.

Liz Norton invece in Messico scopre qualcosa, che però non c’entra nulla con la letteratura.

L’incipit della Parte dei Critici, che è anche l’incipit di 2666, è la descrizione di Jean-Claude Pelletier

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Ruggine Americana e la desolazione del Midwest

Ruggine Americana è il romanzo d’esordio di Philipp Meyer (una persona fuori dal comune) e parla di una fuga. Isaac, il più intelligente della città, e il suo amico Poe decidono di abbandonare Buell, un’immaginaria città decadente del Midwest. Tuttavia il loro viaggio si inceppa subito di fronte a un grosso ostacolo.

Il libro di Meyer parla di una generazione devastata dalla crisi (e la fine) dell’industria in questa regione degli Stati Uniti. Una prima protagonista infatti è l’acciaieria, chiusa nel 1987. Quindi il viaggio a ovest più che la ricerca di un sogno per Isaac si configura come la fuga da un incubo.

In questo senso, l’incipit prepara fin da subito il senso di desolazione che porta Isaac ad andarsene.

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L’incipit di A Sangue Freddo

A Sangue Freddo, di Truman Capote, è il racconto del massacro della famiglia Clutter, avvenuto a Holcomb in Kansas il 14 novembre del 1959. Questo libro è importante perché è considerato tra i primi se non il primo esempio di non-fiction, etichetta gigante che identifica le opere dedicate al racconto scientificamente accurato di fatti realmente accaduti

Non solo, questo romanzo è un sentiero alla ricerca delle cause che portano due ragazzi a sterminare quattro persone innocenti. Addentrandosi nel testo è impossibile non empatizzare con i due assassini, Dick e Perry, soprattutto con il secondo dei due.

Ma partire dall’inizio di A Sangue Freddo significa prima di tutto innamorarsi perdutamente della scrittura di Truman Capote. Ecco per esempio il primo paragrafo del libro, un ritratto evocativo della cittadina dove avviene la strage.

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Incipit di La città senza nome

La città Senza Nome è il primo racconto di Lovecraft in cui viene citato Abdul Alhazred, l’autore immaginario del libro leggendario chiamato Necronomicon. L’incipit di questa breve storia sembra scolpito nel deserto e, in una manciata di parole, scava profonde fondamenta per l’epica fantascientifica di Lovecraft.

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3 incipit belli: Marìas, Luiselli, Marquez

Alcuni incipit mi hanno scaraventato immediatamente dentro il libro senza farmi uscire fino all’ultima pagina, altri mi hanno illuso, altri ancora hanno trasformato la mia idea di letteratura. Ma c’è qualcosa che accomuna tutti questi incipit: sono belli. Lascio qui gli inizi di tre romanzi, rispettivamente di Xavier Marìas, Valeria Luiselli e Gabriel Garcia Marquez.

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L’incipit di Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni.

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L’incipit di Un cuore così bianco

L’incipit di Un cuore così bianco parla di un proiettile ed è scritto come se fosse un proiettile. Purtroppo la tensione narrativa dal secondo capitolo in poi si scioglie, perdendosi in qualche estetismo di troppo.

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti. Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insaguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne. Stringeva in mano il tovagliolo, e lo lasciò andare solo nel momento in cui, accortosi del reggiseno abbandonato sul bidè, cercò di nasconderlo con il tovagliolo che teneva a portata di mano o stretto in mano e che le sue labbra avevano macchiato, come se provasse più vergogna alla vista di quell’indumento intimo che davanti al corpo riverso e seminudo con cui l’indumento era stato a contatto fino a poco prima: il corpo che si era seduto a tavola, e poi aveva attraversato il corridoio e si era diretto in bagno. Un attimo prima, con un gesto automatico, il padre aveva chiuso il rubinetto del lavabo, quello dell’acqua fredda, che era rimasto quasi del tutto aperto. Mentre si fermava davanti allo specchio, e si apriva la camicetta per sfilarsi il reggiseno e cercarsi il cuore, la figlia doveva aver pianto, poiché, distesa sul pavimento freddo di quel bagno enorme, aveva gli occhi traboccanti di lacrime che a pranzo nessuno aveva notato né potevano essere spuntate dopo che era caduta a terra senza vita. Contrariamente alle sue abitudini e a quelle della famiglia, non aveva chiuso a chiave la porta, per questo il padre dovette immaginare (ma solo per un istante e quasi senza rendersene conto, mentre ingoiava ciò che gli era rimasto in bocca) che forse sua figlia, in lacrime, aveva atteso o desiderato che qualcuno intervenisse, aprendo la porta e impedendole di fare quel che aveva fatto, non con la forza, ma con la sua presenza, osservandone la nudità mentre era ancora viva o posandole una mano sulla spalla.

Javier Marias, Un cuore così bianco.

L’incipit di Archivio dei bambini perduti

È un classico: vai a una conferenza in un posto piccolo, fuori dalla sala c’è il banchetto della casa editrice, leggi l’incipit e se ti piace compri il romanzo. È successo più o meno così con Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli, che si apre con una camera fissa sull’auto di una famiglia di quasi americani che comincia il suo ultimo viaggio.

Il resto del libro sarà presto storia della letteratura.

PARTENZA

Le bocche aperte al sole, dormono. Il maschio e la femmina, le fronti imperlate di sudore, le guance rosse, striate di bianco dalla saliva seccata. Occupano l’intero sedile posteriore dell’auto, stravaccati, le membra placide e abbandonate. Dal sedile del navigatore, ogni tanto mi giro per dar loro un’occhiata, poi torno a studiare la mappa. Avanziamo nella lenta lava del traffico verso i margini della città, lungo il ponte George Washington, e ci immettiamo nell’autostrada. Un aereo passa sopra di noi e lascia una lunga cicatrice rettilinea sul palato di un cielo senza nubi. Al volante, mio marito si aggiusta il cappello, si asciuga la fronte con il dorso della mano.

Valeria Luiselli, Archivio dei Bambini Perduti