[SPOILER] Il finale di Patria

Patria è un romanzo di Fernando Aramburu che parla di due famiglie basche divise (recise?) da un evento tragico legato alle attività di Euskal Herria Askatasuna (E.T.A.)

La lingua d questo libro è stupefacente almeno quanto la storia che tratta e la caratterizzazione dei personaggi. Il finale ha come protagoniste Miren e Bittori, vecchie amiche d’infanzia che non si parlano da quando l’E.T.A. ha ucciso il marito di quest’ultima: Txato.

Osservate la prosa di Aramburu scorrere come un fiume, i frammenti di monologo interiore sono ciottoli che rotolano insieme a lei. Attorno, il coro di sguardi è un personaggio collettivo soffocante, come i piccoli paesi in tutto il mondo sanno sempre essere. Buona lettura

Bittori si accomiatò da Arantxa e da Celeste nell’angolo della piazza. Miren uscì dalla chiesa. Una decise di andare senza perder tempo in panetteria perché stanno per chiudere, se non hanno già chiuso; l’altra, di riunirsi con la figlia, magari di prendere un aperitivo con lei e con Celeste, e poi andare a casa a occuparsi del pranzo. Le due donne si videro a una cinquantina di metri di distanza. In quel momento Bittori aveva il sole in faccia; si mise una mano a mo’ di visiera e, merda, si sarà accorta che l’ho vista; ma non mi faccio da parte. Miren si avvicinava camminando a passi domenicali, spensierati, all’ombra dei tigli e quella là mi sta guardando, ma sta fresca se crede che mi faccio da parte. Avanzavano in linea retta l’una verso l’altra. E le numerose persone che stavano in piazza se ne accorsero. I bambini, no. I bambini continuarono a scorrazzare e a urlare. Fra gli adulti si formò un rapido groviglio di bisbigli. Guarda, guarda. Erano così amiche.

L’incontro si verificò all’altezza del gazebo della musica. Fu un abbraccio breve. Le due si guardarono un instante negli occhi prima di separarsi. Si dissero qualcosa? Niente. Non si dissero niente.

Aramburu, Patria

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Il finale di Il tempo è un bastardo è il punto che chiude un cerchio. La storia inizia nell’appartamento di Sasha e si conclude davanti allo stesso palazzo, ma lei non c’è più (e due dei tanti protagonisti sono irrimediabilmente vecchi).

Si chinò sul pulsante, ogni elettrone del suo corpo proiettato su per quelle scale angolose e male illuminate che ora ricordava con precisione, come se fosse uscito da casa Sasha solo quel mattino. Mentalmente le risalì fino a vedersi entrare in un appartamento piccolo e ingombro – dei viola, dei verdi – pieno di un odore umido di vapore e candele profumate. Il sibilo di un termosifone. Piccoli oggetti sui davanzali. Una vasca da bagno in cucina; sì, ne aveva una! Era l’unica che Alex avesse mai visto.

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