Americanah: occhi

Americanah è il romanzo degli occhi che devono abituarsi a nuovi mondi e riabituarsi alla vecchia casa.

Primo giorno negli USA: abituare lo sguardo

Quando Ifemelu, la protagonista del romanzo, atterra per la prima volta negli Stati Uniti si accorge che c’è una forte scollatura tra la realtà e le sue aspettative, con la quale dovrà fare i conti per mesi.

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Diario del lettore #2: Nigeria e Necronomicon.

Questa settimana è stata quasi interamente dedicata ad Americanah, il romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie. Oltre al suo romanzo ho letto tre racconti di Lovecraft. Inoltre, mi è arrivato l’ultimo romanzo di Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel, che sarà il protagonista del prossimo diario.

Letteratura postcoloniale: perché è importante

La scorsa settimana riflettevo su quanto fosse interessante indossare il punto di vista di qualcuno con una cultura completamente diversa dalla mia. Si potrebbe dire che succede così con quasi tutti i libri che leggiamo perché siamo tutti diversi.

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L’incipit di Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni.

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L’incipit di Un cuore così bianco

L’incipit di Un cuore così bianco parla di un proiettile ed è scritto come se fosse un proiettile. Purtroppo la tensione narrativa dal secondo capitolo in poi si scioglie, perdendosi in qualche estetismo di troppo.

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti. Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insaguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne. Stringeva in mano il tovagliolo, e lo lasciò andare solo nel momento in cui, accortosi del reggiseno abbandonato sul bidè, cercò di nasconderlo con il tovagliolo che teneva a portata di mano o stretto in mano e che le sue labbra avevano macchiato, come se provasse più vergogna alla vista di quell’indumento intimo che davanti al corpo riverso e seminudo con cui l’indumento era stato a contatto fino a poco prima: il corpo che si era seduto a tavola, e poi aveva attraversato il corridoio e si era diretto in bagno. Un attimo prima, con un gesto automatico, il padre aveva chiuso il rubinetto del lavabo, quello dell’acqua fredda, che era rimasto quasi del tutto aperto. Mentre si fermava davanti allo specchio, e si apriva la camicetta per sfilarsi il reggiseno e cercarsi il cuore, la figlia doveva aver pianto, poiché, distesa sul pavimento freddo di quel bagno enorme, aveva gli occhi traboccanti di lacrime che a pranzo nessuno aveva notato né potevano essere spuntate dopo che era caduta a terra senza vita. Contrariamente alle sue abitudini e a quelle della famiglia, non aveva chiuso a chiave la porta, per questo il padre dovette immaginare (ma solo per un istante e quasi senza rendersene conto, mentre ingoiava ciò che gli era rimasto in bocca) che forse sua figlia, in lacrime, aveva atteso o desiderato che qualcuno intervenisse, aprendo la porta e impedendole di fare quel che aveva fatto, non con la forza, ma con la sua presenza, osservandone la nudità mentre era ancora viva o posandole una mano sulla spalla.

Javier Marias, Un cuore così bianco.

Razzabuglio: il blog di Ifemelu

Ifemelu è la protagonista di Americanah. Nigeriana emigrata in America e alle prese con diversi strati di razzismo e incomunicabilità tra questi due mondi, ha un blog chiamato Razzabuglio.

Il blog in realtà non esiste (purtroppo): è semplicemente una linea narrativa attorcigliata attorno alle vicende dei personaggi. Infatti, molti capitoli si concludono con un articolo di Razzabuglio che, da un punto di vista tematico, integrano le cose che succedono a Ifemelu.

Ogni articolo affronta un tema sociale rilevante con ironia e intelligenza. Inoltre, fanno riflettere su tutta una serie di aspetti che non attraversano mai la prospettiva di chi appartiene razza/classe dominante. Come me. Per questo motivo sono davvero grato a Chimamanda Ngozi Adichie per avermi regalato Americanah e allo stesso tipo un po’ triste perché Razzabuglio non esiste per davvero.

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Americanah: integrazione e lingua

Come ho già scritto altrove, leggere Americanah è come mettersi degli occhiali distorcenti, che permettono di guardare il mondo dal punto di vista di uomini e donne della middle-class nigeriana immigrati negli USA o in UK. La maggior parte delle volte questo processo di integrazione fallisce: i protagonisti non riescono a capire il motivo di certe abitudini oppure si rendono conto che non verranno mai accettati perché non corrispondono agli stereotipi positivi e negativi che circolano su di loro. Ecco due estratti che mettono in luce questa problematica

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Diario del lettore #1

Ifem, lo sai che in America potrai avere tutti i vestiti che vuoi e la prossima volta che ci vediamo sarai un’autentica americanah.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah

Non sempre è facile trovare il libro giusto, soprattutto quando si finisce un capolavoro. Negli ultimi 365 giorni me ne sono capitati almeno due: Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bonaño. Entrambi meravigliosi ed estenuanti allo stesso tempo, per come centrifugano via il lettore e lo prendono in giro. Ma il più grande problema riguarda il dopo, perché finendo romanzi di questo tipo, per molte settimane è difficile trovare qualcosa di ugualmente avvincente e impegnativo. 

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Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood

Grazie alla serie televisiva, Il racconto dell’ancella è una storia distopica molto famosa, che parla di un mondo in cui le donne sono sottomesse e il sesso non procreativo è vietato (compresa la masturbazione).

La protagonista del romanzo è un’ancella, ovvero una serva che ha come compito principale quello di essere ingravidata da uno dei generali della Repubblica di Galaad, il luogo dove è ambientata la storia.

Il romanzo sembra prendere a scalpellate il lettore attraverso la sua sintassi: frasi brevi, paratattiche, che restituiscono la sensazione che l’ancella parli in fretta e di nascosto. Tutto il libro si basa proprio sul senso di oppressione che può essere eluso solo dal monologo interiore della donna. In questo estratto, per esempio, la protagonista incontra dei turisti e immediatamente fantastica su ciò che ha perso. Buona lettura

Un gruppo di persone sta venendo verso di noi. Sono turisti, vengono dal Giappone pare, forse è una delegazione commerciale, in visita ai reperti storici o in cerca di colore locale. Sono minuscoli e ben fatti; sia gli uomini che le donne hanno la propria macchina fotografica, sia gli uomini che le donne il proprio sorriso. Si guardano intorno, con gli occhi vivaci, piegando il capo da un lato come pettirossi, aggressivi nella loro stessa allegria, e non posso fare a meno di fissarli con curiosità. È da molto tempo che non vedo donne indossare gonne così corte, scendono appena oltre le ginocchia e le gambe sgusciano da sotto, quasi nude nelle loro calze sottili; le scarpe hanno i tacchi alti con dei cinturini fissati ai piedi come delicati strumenti di tortura. Le donne ondeggiano sui tacchi a spillo come su trampoli, sbilanciate; hanno il capo scoperto, e i capelli mostrano tutta la loro cupa sessualità. Portano un rossetto color carminio, che sottolinea le umide cavità della bocca, come gli scarabocchi sulle pareti dei gabinetti nel tempo addietro.

Smetto di camminare. Diglen si ferma, accanto a me, e so che neanche lei riesce a distogliere gli occhi da quelle donne. Siamo affascinate, ma anche disgustate. Paiono svestite. Ci è voluto poco tempo per mutare parere, su cose come queste. Poi penso: anch’io mi vestivo così. Così era la libertà. Si chiamava moda occidentale.
I turisti giapponesi vengono verso di noi, cinguettanti, e noi distogliamo il capo troppo tardi: ci hanno viste in faccia. C’è un interprete, nel suo abito blu, con la cravatta a disegni rossi e la spilla. Si fa avanti, fuori dal gruppo, e ci blocca la strada. I turisti fanno capannello dietro di lui: uno di loro alza la macchina fotografica.
«Scusatemi» dice l’interprete rivolto a noi due, abbastanza educatamente. «Stanno chiedendo se possono fotografarvi».
Guardo in basso il marciapiede, scuoto il capo per dire No. Loro non devono vedere altro che le alette bianche, un tratto del viso, il mento e parte della bocca. Gli occhi no. Mi trattengo dal guardare l’interprete, perché si dice che quasi tutti facciano parte degli Occhi. Mi trattengo anche dal rispondere Sì. La modestia è nell’invisibilità, diceva Zia Lydia. Non scordatelo. Essere viste, viste (la voce le tremava), è essere penetrate. Voi ragazze, dovete essere impenetrabili.

Ci chiamava ragazze.

Accanto a me, anche Diglen sta in silenzio. Si è infilata le mani rossoguantate dentro le maniche, per nasconderle.

L’interprete si volta verso il gruppo dei giapponesi, parla con loro scandendo le parole. So quello che dirà, l’ho già sentito altre volte. Dirà loro che qui le donne hanno costumi diversi, che fissarle attraverso le lenti di una macchina fotografica equivarrebbe per loro a un atto di violenza.
Guardo in basso, sul marciapiede, attratta dai piedi delle donne. Una indossa sandali aperti in punta, ha le unghie dipinte di rosa. Ricordo l’odore dello smalto, che si arricciava quando ci si dava la seconda mano troppo presto, la pressione del collant liscio e aderente sulla pelle, la sensazione delle dita dei piedi spinte verso l’apertura dei sandali da tutto il peso del corpo. La donna con le unghie smaltate si appoggia prima su un piede poi sull’altro. Vorrei mettermi quei sandali, me li sento addosso. L’odore dello smalto dalle unghie mi ha dato una sensazione di avidità.

«Scusatemi» dice nuovamente l’interprete, per richiamare la nostra attenzione. Io annuisco, per mostrare di averlo sentito. «Chiede se siete felici». Posso immaginare la loro curiosità: Sono felici? Come possono essere felici? Fissano i loro brillanti occhi neri su di noi; si sporgono in avanti per afferrare le nostre risposte, specialmente le donne, ma anche gli uomini: siamo segrete, proibite, li eccitiamo.
Diglen non dice niente. C’è un attimo di silenzio. Ma talvolta è pericoloso non parlare.
«Sì, siamo molto felici» mormoro.
Che altro potrei dire?

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella

L’anno del pensiero magico di Joan Didion

Quello di Joan Didion è un libro di annotazioni dedicate a chi sopravvive alla morte di qualcuno. Infatti, L’anno del pensiero magico racconta l’intero primo anno vissuto dalla donna dopo la morte del marito, John Dunne.

Questo percorso, che mischia insieme autobiografia e letteratura, è ricco di insegnamenti per chi è disposto a farsi attraversare dal lutto. L’ho letto quasi quindici anni dopo la morte di mio padre e, mentre mi addentravo in questa esplorazione del dolore e del lutto, ho pensato che sarebbe stato bello incrociare prima questo testo lungo la mia strada.

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L’Isola dei senza memoria, la scomparsa delle rose

Ho conosciuto L’isola dei senza memoria grazie all’iniziativa di Il Saggiatore durante l’emergenza COVID-19. È un libro distopico scritto da Yoko Ogawa, una donna. Di solito non me ne frega nulla del genere dell’autore ma tutto il romanzo, come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, trasmette una cura e un senso del dettaglio che, nella mia esperienza, ho incontrato solo nelle donne che ho conosciuto.

La storia si basa su un’idea davvero affascinante: esiste un’isola dove periodicamente scompare qualcosa dalla memoria dei suoi abitanti (il profumo, i traghetti, gli smeraldi, gli uccelli, etc). Questa forma di vuoto sembra espandersi in modo inesorabile tra le vite delle persone, che sono controllate costantemente dalla polizia segreta. La protagonista, una scrittrice, decide di mettere in atto una piccola forma di resistenza a questa situazione aiutando un amico che non riesce a dimenticare le cose sparite.

Dopo aver mangiato tutti i panini che avevo scaldato, seguii il rumore dei passi e andai ad aprire una finestra che dava a nord. Si erano raccolti lì l’ex cappellaio, la coppia scontrosa che abitava accanto, il cane a macchie marroni e dei bambini con la cartella sulle spalle. Scrutavano tutti il fiume senza parlare.
In realtà, era fin troppo strano, e anche bello, per definirlo fiume. E pensare che fino al giorno prima era un banale corso d’acqua, nel quale al massimo, a volte, si potevano vedere affiorare le pinne dorsali di qualche carassio.
Mi sporsi dalla finestra e sbattei più volte le palpebre. La superficie dell’acqua era completamente coperta da piccoli frammenti di un colore impossibile da definire con una sola parola: rosso, rosa, bianco. Non restava il benché minimo spazio libero. Quei frammenti – a guardarli dall’alto – sembravano qualcosa di morbido –, sovrapponendosi e inseguendosi, si muovevano a una velocità di gran lunga minore rispetto al normale flusso del fiume.
Scesi di corsa nel sotterraneo e uscii nel lavatoio dove avevo accolto la famiglia Inui. Era il posto da cui potevo osservare il fiume più da vicino.
Quell’angolino pavimentato lì fuori era freddo e ruvido. Negli interstizi tra le mattonelle era cresciuto del trifoglio. Proprio di fronte ai miei piedi, scorreva lo strano flusso. Mi inginocchiai, immersi entrambe le mani nella corrente e ne raccolsi un po’: i miei palmi erano completamente coperti di petali di rosa.
«È meraviglioso!»
L’ex cappellaio mi si era rivolto dall’altra riva.
«Davvero!»
Anche gli altri annuirono tutti. I bambini inseguivano il flusso della corrente, con le cartelle che sbattevano rumorosamente sulle spalle.
«Filate a scuola!» gridò loro l’uomo.
Nessuno dei petali era ancora avvizzito. Anzi, bagnati dall’acqua fredda, apparivano ancora più freschi e brillanti di quando formavano le rose. E il loro profumo, disciolto nella foschia mattutina, si diffondeva verso l’alto, quasi soffocante.
Era tutto petali di rosa, a perdita d’occhio. Solo nel punto in cui li avevo raccolti, per un istante la superficie dell’acqua aveva fatto capolino, ma subito i petali di rosa vi si erano assiepati di nuovo. Uno dietro l’altro sembravano essere risucchiati in mare sotto l’effetto di un sonno ipnotico.
Rimisi nel fiume i petali che mi si erano attaccati alle mani. Ce n’erano di tanti tipi diversi: con un’estremità arricciata come un volant, di colore sbiadito, di colore intenso, ancora attaccati al calice… Per un po’ rimasero incastrati ai mattoni del lavatoio, ma alla fine furono di nuovo inghiottiti dalla corrente, e non si distinguevano più dagli altri.
Mi lavai il viso, misi solo la crema e, senza truccarmi, uscii fuori con un cappotto sulle spalle. Pensavo di risalire il fiume e andare a vedere il roseto sul versante sud della collina.
Sulle sponde si erano radunate molte persone per assistere a quello splendido fenomeno. Anche i membri della polizia segreta erano più del solito. Come sempre avevano armi appese ai fianchi e stavano in piedi, privi di espressione.
I bambini sembravano ormai incontenibili: lanciavano sassi, rimestavano i petali con lunghi bastoni trovati chissà dove. Tuttavia, il flusso non era turbato da quelle piccole marachelle. Qualche banco di sabbia o qualche palo piantato qua e là non costituivano affatto un intralcio al cospetto dell’impressionante quantità di petali: sembrava potessero avvolgerti come una morbida coperta, se ti ci fossi coricata.
«E chi se lo aspettava!»
««Una scomparsa così magnifica non si è mai vista!»
«Scatto qualche foto?»
«Lascia perdere, a che serve scattare foto a cose scomparse?»
«Be’, in effetti…»
Per non provocare la polizia segreta, gli adulti parlavano bisbigliando.
A parte il panettiere, i negozi erano ancora quasi tutti chiusi. Pensai di andare a vedere cosa fosse accaduto alle rose del fioraio, ma la saracinesca era abbassata. Gli autobus e i tram erano vuoti. Il sole faceva pian piano capolino tra le nubi e, nello stesso tempo, la foschia mattutina si assottigliava sempre più, ma il profumo rimaneva immutato.
Come avevo immaginato, nel roseto non era rimasta una sola rosa. I rami, ormai tutti spine e foglie, erano conficcati sul pendio come ossa rinsecchite. Ogni tanto, dalla cima della collina – dalle parti dell’osservatorio ornitologico –, scendeva il vento e trasportava verso il fiume i petali rimasti a terra. In quei momenti le foglie e i rami vibravano.
Non si vedeva nessuno: né la signorina troppo truccata che stava sempre all’accoglienza, né gli addetti alla cura delle piante, né, ovviamente, i visitatori. Dopo un momento di esitazione, in cui mi chiesi se dovessi pagare il biglietto d’ingresso, attraversai semplicemente il cancello e camminai sul sentiero in pendenza, seguendo le frecce del percorso di visita.
I pochi fiori piantati che non fossero rose – campanule, cactus di Natale e genziane giapponesi – stavano bene. Fiorivano in silenzio, con aria mortificata. Sembrava che il vento avesse scelto solo le rose per spargerne i petali.
Il roseto senza rose aveva un aspetto spoglio e insignificante. Stringeva ancora di più il cuore vedere i segni lasciati dalla cura delle piante, come il posizionamento di stecche di sostegno e lo spargimento del concime. La terra ben nutrita produceva un rumore morbido. Fin lì non giungeva il frastuono dalla riva del fiume. Affondai le mani nelle tasche e camminai per la collina con la sensazione di essermi persa in un cimitero di ignoti.
Mi accorsi però che, pur fissando intensamente le spine, le foglie e i rami, e leggendo i cartelli che spiegavano le varie specie, non riuscivo a ricordare la forma delle rose.