Diario del lettore #2: Nigeria e Necronomicon.

Questa settimana è stata quasi interamente dedicata ad Americanah, il romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie. Oltre al suo romanzo ho letto tre racconti di Lovecraft. Inoltre, mi è arrivato l’ultimo romanzo di Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel, che sarà il protagonista del prossimo diario.

Letteratura postcoloniale: perché è importante

La scorsa settimana riflettevo su quanto fosse interessante indossare il punto di vista di qualcuno con una cultura completamente diversa dalla mia. Si potrebbe dire che succede così con quasi tutti i libri che leggiamo perché siamo tutti diversi.

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Il finale di Il tempo è un bastardo

Il finale di Il tempo è un bastardo è il punto che chiude un cerchio. La storia inizia nell’appartamento di Sasha e si conclude davanti allo stesso palazzo, ma lei non c’è più (e due dei tanti protagonisti sono irrimediabilmente vecchi).

Si chinò sul pulsante, ogni elettrone del suo corpo proiettato su per quelle scale angolose e male illuminate che ora ricordava con precisione, come se fosse uscito da casa Sasha solo quel mattino. Mentalmente le risalì fino a vedersi entrare in un appartamento piccolo e ingombro – dei viola, dei verdi – pieno di un odore umido di vapore e candele profumate. Il sibilo di un termosifone. Piccoli oggetti sui davanzali. Una vasca da bagno in cucina; sì, ne aveva una! Era l’unica che Alex avesse mai visto.

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L’incipit di Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni.

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L’incipit di Un cuore così bianco

L’incipit di Un cuore così bianco parla di un proiettile ed è scritto come se fosse un proiettile. Purtroppo la tensione narrativa dal secondo capitolo in poi si scioglie, perdendosi in qualche estetismo di troppo.

Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti. Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insaguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne. Stringeva in mano il tovagliolo, e lo lasciò andare solo nel momento in cui, accortosi del reggiseno abbandonato sul bidè, cercò di nasconderlo con il tovagliolo che teneva a portata di mano o stretto in mano e che le sue labbra avevano macchiato, come se provasse più vergogna alla vista di quell’indumento intimo che davanti al corpo riverso e seminudo con cui l’indumento era stato a contatto fino a poco prima: il corpo che si era seduto a tavola, e poi aveva attraversato il corridoio e si era diretto in bagno. Un attimo prima, con un gesto automatico, il padre aveva chiuso il rubinetto del lavabo, quello dell’acqua fredda, che era rimasto quasi del tutto aperto. Mentre si fermava davanti allo specchio, e si apriva la camicetta per sfilarsi il reggiseno e cercarsi il cuore, la figlia doveva aver pianto, poiché, distesa sul pavimento freddo di quel bagno enorme, aveva gli occhi traboccanti di lacrime che a pranzo nessuno aveva notato né potevano essere spuntate dopo che era caduta a terra senza vita. Contrariamente alle sue abitudini e a quelle della famiglia, non aveva chiuso a chiave la porta, per questo il padre dovette immaginare (ma solo per un istante e quasi senza rendersene conto, mentre ingoiava ciò che gli era rimasto in bocca) che forse sua figlia, in lacrime, aveva atteso o desiderato che qualcuno intervenisse, aprendo la porta e impedendole di fare quel che aveva fatto, non con la forza, ma con la sua presenza, osservandone la nudità mentre era ancora viva o posandole una mano sulla spalla.

Javier Marias, Un cuore così bianco.

Americanah: integrazione e lingua

Come ho già scritto altrove, leggere Americanah è come mettersi degli occhiali distorcenti, che permettono di guardare il mondo dal punto di vista di uomini e donne della middle-class nigeriana immigrati negli USA o in UK. La maggior parte delle volte questo processo di integrazione fallisce: i protagonisti non riescono a capire il motivo di certe abitudini oppure si rendono conto che non verranno mai accettati perché non corrispondono agli stereotipi positivi e negativi che circolano su di loro. Ecco due estratti che mettono in luce questa problematica

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Diario del lettore #1

Ifem, lo sai che in America potrai avere tutti i vestiti che vuoi e la prossima volta che ci vediamo sarai un’autentica americanah.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah

Non sempre è facile trovare il libro giusto, soprattutto quando si finisce un capolavoro. Negli ultimi 365 giorni me ne sono capitati almeno due: Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bonaño. Entrambi meravigliosi ed estenuanti allo stesso tempo, per come centrifugano via il lettore e lo prendono in giro. Ma il più grande problema riguarda il dopo, perché finendo romanzi di questo tipo, per molte settimane è difficile trovare qualcosa di ugualmente avvincente e impegnativo. 

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L’anno del pensiero magico di Joan Didion

Quello di Joan Didion è un libro di annotazioni dedicate a chi sopravvive alla morte di qualcuno. Infatti, L’anno del pensiero magico racconta l’intero primo anno vissuto dalla donna dopo la morte del marito, John Dunne.

Questo percorso, che mischia insieme autobiografia e letteratura, è ricco di insegnamenti per chi è disposto a farsi attraversare dal lutto. L’ho letto quasi quindici anni dopo la morte di mio padre e, mentre mi addentravo in questa esplorazione del dolore e del lutto, ho pensato che sarebbe stato bello incrociare prima questo testo lungo la mia strada.

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Il terzo libro di 2666: la Parte di Fate

La Parte di Fate è il perno attorno a cui svolta 2666. Sei nei primi due libri (la Parte dei Critici e quella di Amalfitano) si ride molto e si fa una scorpacciata di situazioni surreali, da questo momento in poi la violenza comincia a manifestarsi con forza, mentre prima era solo sussurrata in qualche episodio.

Si continua a ridere molto, ma con un alito di tensione che ci respira alle spalle.

La trama in breve

Oscar Fate è un giornalista afroamericano che, dopo aver intervistato l’ex pantera nera Barry Seaman (che non esiste davvero), si reca a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe tra un pugile messicano e uno statunitense. In realtà lui si occupa di cronaca politica, ma il responsabile della sezione è stato appena ammazzato.

Santa Teresa è, come al solito, un luogo folle pieno di folli. Lì Fate assiste all’incontro di boxe, ma soprattutto incontra due uomini, Chucho Flores e Charly Cruz, entrambi appassionati di film. In particolare Cruz ha una catena di noleggio di VHS. Conosce anche due ragazze: Rosa Méndez e Rosa Amalfintano, la figlia del protagonista del primo libro.

Una sera finisce a casa di Charly Cruz, in mezzo al deserto, dove guarda un film porno apocrifo di Robert Rodrìguez e si trova in una situazione davvero pericolosa.

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Il finale di La Morte del Padre

L’ho già scritto da un’altra parte che Knausgard non risparmia nulla di sé al lettore, intrappolandolo per 500 pagine circa nelle sue introspezioni sul senso del vivere. Poi però si viene rilasciati su cauzione (questo romanzo è il primo di sei) con una riflessione folgorante dedicata alla morte.

Vivere/morte: un verbo in cambio di un sostantivo. Tre correlativi oggettivi che riassorbono l’intero viaggio fatto insieme a Karl Ove. Non so se sono d’accordo con lui, non so neanche se ho capito cosa volesse dirci. So soltanto che quell’ultima frase è un’eco che ogni tanto mi ritorna in testa.

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Knausgard, La morte del padre (e la nonna ubriacona)

La morte del padre di Knausgard è un romanzo “spudorato”. L’autore racconta meticolosamente diverse decine di aneddoti su se stesso e la sua famiglia. Molti di questi sono davvero imbarazzanti. Neanche la nonna si salva da questa sorta di sincerità compulsiva. In questo passaggio, mentre l’autore e il fratello puliscono dalla merda (letteralmente) la casa del padre alcolista morto, discutono sul fatto che anche la nonna abbia problemi con il bere. E trovano una soluzione che potrebbe far vincere loro il premio “nipoti dell’anno”.

P.S.: soffermatevi sulle descrizioni nel primo paragrafo. Lo stile è tutto così: faticoso, estenuante, meraviglioso

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