L’incipit di Febbre è una poesia disciolta nel mémoire

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È bastato l’incipit per farmi capire che Febbre mi avrebbe divorato. Perché l’esordio di Jonathan Bazzi, oltre a essere una sorta di autoetnografia che tiene insieme le molte identità dell’autore, è caratterizzato da un lirismo molto intenso.

Esplorate l’inizio del romanzo: per ogni frase un’unica riga. Così le emozioni, i sentimenti e le sensazioni provocati dall’evento chiave dell’autobiografia appaiono più vividi e concreti.

L’incipit di Febbre, esordio di Jonathan Bazzi

Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è andata più via.
11 gennaio 2016.
Trentun anni non ancora compiuti.
Torno dall’università: è ora di pranzo, ma non ho fame.
Cos’hai?
Non mi sento tanto bene, forse mi sta venendo la febbre.
Mi metto sul divano, non riesco a leggere.
La febbre mi viene.
Non va più via.
Una settimana, due settimane.
Un mese.
38, 38 e mezzo, poi s’abbassa ma si blocca lì.
37.4, 37.3, non smette, non passa.
La colonnina di mercurio incantata.
L’abbasso.
Risale.

Anche in altre parti del racconto emergono questi passaggi che sembrano poesie disciolte nella prosa. Brandelli di testo che tolgono il respiro.

Leggetelo, mi raccomando.

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