Furore: tempeste di polvere ed esodo dal South West

il Black Sunday del 14 aprile 1935 in Oklahoma: la peggiore tempesta di polvere del decennio e che ispira il romanzo Furore (foto trovata qui: http://www.paper-dragon.com/fistsand45s/black-sunday-april-14-1935/)

Furore, il capolavoro di John Steinbeck, racconta l’esodo a ovest di migliaia di mezzadri dal South West degli Stati Uniti verso la California, per lavorare come braccianti.

Sono gli anni Trenta, caratterizzati dalla Grande Depressione, dai trattori che sfrattano i contadini dai terreni che coltivano da decenni in regime di mezzadria e dalle tempeste di polvere, che rovinano i raccolti e rendono la terra non coltivabile.

Il romanzo è strutturato su due livelli. I capitoli dispari, brevi e con uno stile per certi versi epico, hanno come protagonista questa enorme massa di persone sconfitta dalla natura e dalla tecnologia che si sposta a ovest. I capitoli pari seguono invece le vicende di una specifica famiglia, i Joad, da quando abbandona i suoi acri di terreno in Oklahoma all’arrivo in California.

In questo articolo vi propongo il capitolo introduttivo di Furore, che mostra i campi del South West devastati dalle tempeste di polvere.

Il primo capitolo di Furore: le tempeste di sabbia

Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre grigie e le terre rosso-scure cominciarono a sparire sotto una coltre verde. Nell’ultima parte di maggio il cielo si fece pallido, e scomparvero le nuvole che in primavera avevano indugiato così a lungo con i loro alti pennacchi. Il sole prese a picchiare giorno dopo giorno sul mais in erba, fino a screziare di bruno gli orli di ogni baionetta verde. Le nuvole ricomparvero, e si dileguarono senza tornare più. La gramigna si fece di un verde più scuro per difendersi dal sole, e smise di propagarsi. Il suolo si ricoprì di una crosta dura e sottile, e man mano che il cielo impallidiva, anche il suolo impallidiva, facendosi rosa nelle terre rosse e bianco nelle terre grigie.

Nei solchi scavati dall’acqua, la terra si sfaldava in piccoli rivoli secchi.
Formiche e scarabei provocavano minute slavine. E sotto il sole che giorno dopo giorno picchiava più forte, le foglie del mais in erba si facevano meno rigide e dritte; dapprima s’inarcarono appena, poi, con l’indebolirsi della nervatura centrale, ogni foglia si piegò decisamente all’ingiù. Arrivò giugno, e l’intensità del sole crebbe ancora. Le screziature brune sulle foglie di mais si allargarono fino a raggiungere le nervature centrali. La gramigna si sfrangiò e si curvò verso le radici. L’aria era fina e il cielo sempre più pallido, e ogni giorno la terra impallidiva.

Sulle strade percorse dai carri, lì dove le ruote macinavano il suolo e gli
zoccoli dei cavalli lo percuotevano, la crosta di terra si frantumava in
polvere. Qualunque cosa si muovesse sollevava in aria la polvere: il passo degli uomini la faceva salire fin quasi alla cintola, i carri ne alzavano strati fin sopra le sponde, le automobili lasciavano vortici di polvere dietro di sé. Passava molto tempo prima che la polvere tornasse a depositarsi.

Verso la metà di giugno, grosse nuvole cominciarono ad arrivare dal Texas e dal Golfo, nuvole alte e massicce, dense di pioggia. Gli uomini nei campi alzavano lo sguardo verso le nuvole e fiutavano l’aria e rizzavano l’indice bagnato per capire dove tirasse il vento. E i cavalli erano nervosi sentendo le nuvole. Poi le nuvole sparsero un po’ di pioggia e si affrettarono verso altre terre. Lasciarono dietro di sé un cielo nuovamente pallido e un sole in fiamme. Piccoli crateri dov’era caduta la pioggia, qualche chiazza lustra sul mais, nient’altro.

Un vento leggero seguì le nuvole, spingendole verso Nord, un vento che
asciugava piano il mais bagnato. Passò un giorno e il vento si fece più
intenso, senza l’indugio di folate. La polvere delle strade si gonfiò, si distese e ricadde sulla gramigna lungo i campi, e per qualche tratto anche dentro i campi. Poi il vento si fece più forte e teso e aggredì la crosta lasciata dalla pioggia nei campi di mais. A poco a poco il cielo si scurì di polvere, e il vento si abbassò fino a sfiorare il suolo, liberando la polvere e trascinandola via. Il vento si fece ancora più intenso. La crosta lasciata dalla pioggia si spaccò e la polvere si librò dai campi in colonne grigiastre simili a fumo. Il mais contrariava il vento spandendo sui campi un fruscio secco. Ora la polvere impalpabile non ricadeva più al suolo, si disperdeva nel cielo sempre più scuro. Il vento si fece impetuoso, s’infilava sotto le pietre, scalzava paglia e foglie morte, perfino piccole zolle, creando dietro di sé una scia man mano che
solcava i campi. L’aria e il cielo s’incupirono, e in mezzo a loro il sole
fiammeggiava rosso, e c’era nell’aria una morsa umida. Una notte il vento spazzò con più forza ancora la terra, scalzando subdolamente le radici del mais, e il mais reagì combattendo il vento con le foglie infiacchite, finché le radici non furono divelte dall’accanirsi del vento, e ogni pianta si piegò sfinita verso il suolo, indicando così la direzione al vento.

Venne l’alba, ma senza giorno. Nel cielo grigio apparve un sole rosso, un fioco cerchio rosso che spandeva un po’ di luce simile al crepuscolo; e con l’avanzare del giorno il crepuscolo ricadde verso il buio, e il vento ululò e mugolò sul mais abbattuto.

I contadini stavano rintanati in casa, e quando gli toccava uscire si
annodavano un fazzoletto intorno al viso, e indossavano occhiali protettivi per ripararsi gli occhi.

Quando si fece di nuovo sera, fu buio pesto, poiché la luce delle stelle non riusciva a solcare la polvere per toccare terra, e la luce delle finestre arrivava a stento fino all’aia. Ora la polvere era frammista all’aria in parti uguali, un’emulsione di polvere e aria. Ogni casa era chiusa e sbarrata, porte e finestre erano tappate con gli stracci, ma la polvere s’insinuava così impalpabile da essere invisibile in sospensione, e si posava come polline sui tavoli e le sedie, sui piatti. I contadini se la spazzolavano dalle spalle. Piccole piste di polvere giacevano sulle soglie.

Nel cuore di quella notte il vento proseguì e lasciò in pace la terra. L’aria satura di polvere ovattava i suoni perfino più della nebbia. I contadini, coricati nei loro letti, udirono il vento cessare. A svegliarli era stata la fine del vento. Rimasero sdraiati in silenzio ad ascoltare l’improvvisa immobilità. Poi i galli cantarono, e il loro canto era ovattato, e i contadini si rivoltarono impazienti nel letto, smaniando che facesse giorno. Sapevano che ci voleva molto tempo prima che la polvere liberasse l’aria. Al mattino, la polvere fluttuava come nebbia, e il sole era rosso come sangue fresco. Per tutto il giorno il cielo riversò polvere, e ne riversò anche il giorno seguente. Una coltre uniforme ricoprì la terra. C’era polvere sul mais, polvere ammonticchiata sui pali delle staccionate, sul fildiferro delle recinzioni; c’era un manto di polvere sui tetti, un velo di polvere sulla gramigna e sugli alberi.
Gli uomini uscirono dalle case e fiutarono l’aria pungente e calda e si
coprirono il viso per non respirarla. Poi dalle case uscirono i bambini, ma non cominciarono a correre e strillare come avrebbero fatto dopo un temporale. Gli uomini erano appoggiati alle staccionate e guardavano il mais rovinato, ormai quasi secco, con appena un po’ di verde che trapelava dalla pellicola di polvere. Gli uomini restavano in silenzio e si muovevano appena.

Poi dalle case uscirono le donne e si misero accanto ai loro uomini – per capire se stavolta gli uomini sarebbero crollati. Le donne studiavano di nascosto la faccia degli uomini, perché il mais si poteva anche perdere, purché si salvasse qualcos’altro. I bambini indugiavano lì accanto, disegnando nella polvere con le dita dei piedi scalzi, e i bambini sondavano in silenzio gli uomini e le donne per capire se sarebbero crollati. I bambini sbirciavano la faccia degli uomini e delle donne, e tracciavano nella polvere linee meticolose con le dita dei piedi scalzi. I cavalli si accostavano all’abbeveratoio e sfioravano col muso l’acqua per liberarla dalla polvere.

Dopo un po’, le facce attente degli uomini persero la loro stupefatta
perplessità e si fecero dure e rabbiose e ostinate. Allora le donne capirono che erano saldi e che non sarebbero crollati. Allora chiesero: Che facciamo? E gli uomini risposero: Non lo so. Le donne capirono che andava tutto bene, e i bambini capirono che andava tutto bene. Le donne e i bambini sapevano dentro di sé che non esistevano disgrazie insormontabili se i loro uomini restavano saldi. Le donne rientrarono in casa per sbrigare le faccende, e i bambini si misero a giocare, dapprima con discrezione. Con il passare delle ore, il sole si fece meno rosso. Divampava sulla terra ricoperta di polvere. Gli uomini sedevano sulla soglia di casa; giocherellavano con pezzetti di legno o sassolini. Gli uomini sedevano immobili – pensando, interrogandosi.

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