Fredric Brown, gli alieni e la diversità

Fredric Brown e gli alieni

Una premessa, sto attingendo a piene mani dalla raccolta Le Meraviglie del Possibile, curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero.

Al suo interno ci sono 29 racconti di fantascienza, uno più bello dell’altro, e pressoché tutti i più grandi autori del genere sono rappresentati. Nella raccolta vengono sviluppati diversi temi: dalla tecnologia, agli alieni, passando per distopie di diverso tipo.

In questo articolo vi propongo un racconto molto breve e molto famoso di Fredric Brown, La Sentinella, e un estratto di un altra opera, Il Duello, sempre dello stesso autore. In entrambi gli alieni sono uno spunto per parlare di diversità.

Fredric Brown, La Sentinella

È un classico del genere, antologizzato in molti manuali scolastici. Poche righe basate su un equivoco: tutto quello che sappiamo sulla sentinella è completamente sbagliato.

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni‐luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie. Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano 50mila anni‐luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle. E allora vide uno di loro strisciare verso di lui.
Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

Solmi, Fruttero, Le Meraviglie del Possibile, p. 61

Fredric Brown, Il Duello

Carson si sveglia completamente nudo in un pianeta deserto, bloccato dentro una cupola trasparente divisa in due da una parete invisibile. Dall’altra parte c’è un alieno che si muove rotolando come una sfera.

L’Entità che li ha trascinati lì spiega ad entrambi che dovranno combattere e chi vincerà salverà tutta la sua specie. Ma Carson vuole attuare un’altra strategia

Di nuovo Carson si trovò solo, ma non solo. Perché, alzando gli occhi, vide l’oggetto rosso, la rossa sfera d’orrore che ora sapeva essere un Invasore, precipitarsi verso di lui.

Rotolando.

Sembrava priva di gambe e di braccia, e non aveva volto. Rotolava sulla sabbia azzurra con la velocità fluida di una goccia di mercurio. E davanti alla sfera, misteriosamente emessa, correva un’onda invisibile d’odio nauseante, atroce, paralizzante.

Carson si guardò intorno febbrilmente. Un sasso semisepolto nella sabbia a un metro di lui era l’unica arma a portata di mano. Non era grande, ma aveva margini taglienti, come una scheggia di selce. E la materia era un po’ come selce azzurra.

Non c’era tempo per escogitare un piano di lotta, e del resto che tattica usare con una creatura di cui ignorava la forza, le caratteristiche, il modo di combattere? Rotolando a quella velocità pareva perfettamente sferica.

Era a dieci metri da lui. A cinque. E a questo punto si fermò. O piuttosto, venne fermata. Di colpo, la parte più vicina della sfera si appiattì come se avesse cozzato contro un muro invisibile. Rimbalzò, rimbalzò letteralmente indietro. […] [La sfera] s’era fermata a due metri da lui.
Sembrava lo stesse studiando, sebbene Carson non riuscisse a distinguere traccia alcuna di organi sensoriali sulla superficie della creatura. Nulla che potesse far pensare agli occhi, alle orecchie o a
una bocca. c’era tuttavia, notò, una serie di scanalature – una dozzina circa, in tutto – e all’improvviso vide due tentacoli schizzare da due di queste scanalature e affondare nella sabbia come per saggiarne la consistenza. Tentacoli del diametro di tre centimetri circa e lunghi un mezzo metro.

Ma i tentacoli erano retrattili, e restavano dentro le scanalature se non quando la creatura se ne serviva. Mentre la sfera rotolava non si vedevano, e sembravano dunque del tutto estranei al suo
sistema di locomozione. Che evidentemente dipendeva dal rapido e continuo spostamento –ottenuto chissà in che modo – del centro di gravità. Carson guardò l’avversario con un brivido di ribrezzo. Era veramente un essere estraneo a lui, totalmente estraneo, mostruosamente diverso da qualsiasi forma di vita esistente sulla Terra o sugli altri pianeti del sistema solare. Istintivamente, intuì che anche la mente dell’altro gli era estranea quanto il corpo.

Ma doveva tentare ugualmente. Se la sfera non era dotata di poteri telepatici il suo tentativo era fallito prima di cominciare; eppure Carson non disperava di poter comunicare con l’avversario. Pochi minuti prima, quando s’era precipitata verso di lui, la sfera aveva proiettato qualcosa di non fisico, un’onda d’odio quasi tangibile. […]

Parlò ad alta voce, sapendo che sebbene le parole non avessero alcun significato per la creatura che gli stava di fronte, potevano servire a lui, per concentrare meglio il suo pensiero sul messaggio che voleva far giungere all’altro.

– Perché non può esserci pace tra noi? – disse, e la sua voce aveva una strana risonanza nell’assoluto silenzio. – L’Entità che ci ha portati qui ci ha detto che cosa accadrebbe se le nostre due razze si affrontassero in battaglia: l’estinzione dell’una e l’indebolimento e regressione dell’altra. L’esito della battaglia, ha detto l’Entità, dipende da ciò che faremo noi due, qui. Perché non ci accordiamo per una pace eterna: la tua razza nella sua Galassia, noi nella nostra?

Carson allentò la concentrazione in attesa della risposta.

E la risposta venne, e fu tale da farlo indietreggiare, fisicamente. Suo malgrado vacillò sotto la furia, l’intensità dell’odio e della sete di uccidere che permeavano le rosse immagini proiettate verso di
lui. Non come parole articolate – come gli erano pervenuti i pensieri dell’Entità – ma come ondate su ondate di violenta emozione.

Per un attimo che parve un’eternità dovette lottare contro l’aggressione mentale di quell’odio, lottare con tutte le forze per liberare la mente e scacciare i pensieri estranei a cui aveva dato accesso con la sua passività. Gli venne da vomitare.

Solmi, Fruttero, Le Meraviglie del Possibile, p. 131-160

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