Infinite Jest: il monologo dell’insozzatore di cessi

Il monologo dell'insozzatore di cessi in Infinite Jest

La droga ha un ruolo fondamentale in Infinite Jest. Una delle tre linee narrative del romanzo di David Foster Wallace è ambientata proprio in una struttura di recupero per tossicodipendenti: la Ennet House. I residenti della clinica vanno praticamente tutte le sere a incontri di mutuo auto aiuto. Quindi, ci troviamo spesso di fronte a monologhi di persone che parlano delle loro dipendenze. Alcuni di questi sono davvero toccanti, altri esilaranti, come quello che vi propongo qui, che viene pronunciato dall’anonimo ex insozzatore di cessi e ha a che fare con il rapporto tra alcool e stitichezza.

Il monologo dell’anonimo insozzatore di cessi

Un altro oratore del Gruppo dei Fondamentali Avanzati, il cui nome di battesimo Gately perde nel grande Salve della folla ma la cui ultima iniziale è una E., è un tipo ancora più grosso di John L., un irlandese con la carta verde che porta un cappellino e una felpa del Sinn Fein, con una pancia come un sacco di carne ballonzolante e un culo altrettanto grosso che la sostiene dietro, e sta raccontando a tutti la sua esperienza di speranza elencando i doni che sono seguiti alla decisione di Unirsi al Gruppo, quando ha messo il tappo alla bottiglia di fentermina idrocloridee ha smesso di guidare il camion per 96 ore ininterrotte di vari stati di psicosi chimica. Sottolinea che le ricompense della sua astinenza sono state molto più che spirituali. Solo agli Aa di Boston si può sentire la storia di un immigrante di cinquant’anni che racconta in maniera lirica la sua prima defecazione solida da adulto.

«Ero stato un insozzatore di cessi per anni e anni e anni. Non mi facevano più entrare nei cessi delle fermate dei camion da qui a Nork per tanti anni. C’erano schizzi dappertutto: sulla carta delle pareti del cesso a casa, sulle lenzuola, sul muro. Ma ora non ci sono più… ma lo ricorderò per sempre. Quando mi alzai dopo che ero stato pulito per novanta giorni. Ero stato sobrio davvero. Ero là sul trono a casa, lo sapete anche voi, vero. E feci tutto come sempre… ed ero così sorpreso che non credevo alle mie orecchie. Era un suono che non era familiare e all’inizio pensavo che avevo fatto cadere il portafoglio nel cesso, lo credevo davvero. Pensavo che avevo buttato il portafoglio nel cesso, lo giuro su Dio. Allora mi piego tra le ginocchia e il buco nel profondo del cesso, e non posso credere ai miei occhi. Allora, amici, abbasso la testa tra le ginocchia e c’era un tronco nel buco. Un tronco meraviglioso, davvero. Era così bello per me che non so come fare a dirlo. C’era uno stronzo nel cesso. Un tronco di stronzo. Era cacato bene e preciso e tutto unito. Era dentro il cesso tutto intero invece di una spruzzata. Nel cesso, non capisci cosa vuol dire uno stronzo nel cesso per il mio cuore. Amici miei, era come se a questo stronzo gli battesse il cuore. Mi sono messo in ginocchio e ho ringraziato Har Par che ho deciso di chiamare Har Par Buono, e ho ringraziato Har Par in ginocchio tutte le mattine e tutte le sere e più mi abbasso e meglio è, per il mio peccato»

David Foster Wallace, Infinite Jest

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