I ragazzi della Nickel: le mani di Chickie Pete

Chikie Pete è uno dei tanti ragazzi della Nickel

Il protagonista di I ragazzi della Nickel incontra Chickie Pete a New York molti anni dopo la sua permanenza in quell’istituto correttivo. Entrambi portano i segni di quell’esperienza, così come tutti gli altri studenti di quella scuola che ha distrutto i loro talenti.

In questi giorni segnati dall’omicidio di George Floyd alcuni maschi bianchi eterosessuali si scandalizzano per la violenza dei riot. Avere questa opinione è il privilegio di chi tiene la storia dalla parte del manico e nelle vene sente scorrere il sangue dei vincitori.

Colson Whitehead per il tempo dei suoi romanzi ti fa percepire sotto pelle cosa l’ingiustizia di essere un afroamericano in un paese razzista. Poi però il libro finisce e torna nella libreria. E il lettore torna nella sua comodità esistenziale.

Le mani di Chikie Pete

Lui tirò fuori una banconota da venti, anche se era stato Chickie a invitarlo. «Una volta suonavi la tromba» disse. Chickie era nella bana dei ragazzi di colore, e aveva fatto un figurone al talent show di Capodanno con una versione jazzata di Greensleves che sconfinava nel bebop, se ricordava bene.

Chickie sorrise ripensando al proprio talento. «È passato tanto tempo. Le mie mani.» Alzò due dita ricurve come zampe di granchio. Disse che aveva appena passato trenta giorni a disintossicarsi dall’alcool.

Sembrava inopportuno fargli notare che si trovavano in un bar. […]

Chickie Pete e la sua tromba. Avrebbe potuto diventare un professionista, perché no? Il turnista in un gruppo funk, o in un’orchestra. Se le cose fossero state diverse. I ragazzi sarebbero potuti diventare molte cose, se non fossero stati rovinati da quel posto. Medici che curavano malattie o facevano operazioni al cervello, inventori di roba che salvava la vita alla gente. Candidati alla presidenza. Tutti quei geni perduti – certo, non erano tutti geni, Chickie Pete per esempio non sarebbe mai diventato un fisico nucleare – a cui era stato negato persino il semplice piacere di una vita ordinaria. Svantaggiati e azzoppati ancora prima che la gara cominciasse, senza poter capire come essere normali.

Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel, p. 162 e 165

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