Kate Gompert, ossia la depressione in Infinite Jest

Kate Gompert, la depressione in persona

Anche Kate Gompert è un personaggio secondario di Infinite Jest. Forse è un po’ più famosa di Ken Erdedy per il suo discorso sulla depressione come un incendio che spinge a buttarsi giù dalla finestra.

È impossibile non affezionarsi a lei a causa del suo modo di muoversi e di guardare, rannicchiata sul lettino di un ospedale psichiatrico o sul divanetto della clinica per disintossicarsi.

Inoltre, il modo di parlare di Kate Gompert è sempre pungente e intelligente, ma allo stesso tempo disperato: ogni volta che appare è come se fosse la personificazione della depressione. Eccovi due estratti.

Kate Gompert discute con un dottore del concetto di suicidio

Kate Gompert fissò un punto al di sopra della spalla destra dell’uomo. «Non stavo cercando di farmi del male. Stavo cercando di uccidermi. C’è differenza».

Il dottore le chiese se poteva provare a spiegare quale sentiva fosse la differenza fra quelle due cose.

Il ritardo che precedette la sua risposta fu appena più lungo della pausa in una conversazione normale. Il dottore non aveva idea di che cosa volesse dire.

«Voi dottori vedete diversi tipi di suicidi?»

L’interno non fece nessun tentativo di chiedere a Kate Gompert che cosa volesse dire. Lei usò un dito per togliersi qualcosa dall’angolo della bocca.

«Io penso che esistano diversi tipi di suicidi. Io non sono una di quelle che si odiano. Che dicono “Io sono una merda e il mondo starebbe molto meglio senza di me” poi si divertono a immaginare quello che dirà la gente al suo funerale. Ho incontrato tipi come quelli nei reparti. Povero-me-mi-odio- punitemi-venite-al- mio-funerale. Poi ti mostrano una foto 20×25 del loro gatto morto. Sono tutte stronzate di gente che si commisera. Sono stronzate. Io non avevo nessun rancore speciale. Non mi avevano bocciata a un esame e non ero stata scaricata da nessuno. Quella gente li. Si fa del male». Ancora quell’intrigante, spiazzante combinazione di espressione facciale vuota e tono di voce animato. I piccoli cenni del capo del dottore erano studiati per apparire non come risposte ma come inviti a continuare, quelli che Dretske aveva definito Momentumizzatori.

«Non volevo farmi del male. O diciamo punirmi. Io non mi odio. Volevo solo chiamarmi fuori. Non volevo più giocare, tutto qui».

«Giocare», concorda lui, e butta giù delle brevi, rapide annotazioni.

«Volevo solo smettere di essere cosciente. Io sono un tipo del tutto diverso. Volevo smettere di sentirmi come mi sentivo. Se avessi potuto semplicemente infilarmi in un lunghissimo coma, l’avrei fatto. O darmi una scarica di elettroshock, avrei fatto così».

La similitudine della depressione come un incendio

La Cosa è un livello di dolore psichico completamente incompatibile con la vita umana come la conosciamo. La Cosa
è un senso di male radicale e completo, e non è una caratteristica ma piuttosto l’essenza dell’esistenza cosciente. La Cosa è un senso di avvelenamento che pervade l’io ai livelli più elementari. La Cosa
è una nausea delle cellule e dell’anima. È l’intuire che il mondo è molto ricco e animato, ma anche completamente doloroso e maligno e antagonistico nei confronti dell’io, e La Cosa gonfia l’io depresso e lo fa coagulare e lo avvolge nelle sue pieghe nere e lo assorbe in Se stessa, tanto che si costituisce un’unità quasi mistica con un mondo di cui ogni parte causa dolore e danno all’io. Il Suo carattere emotivo, il sentimento che descrive la Gompert forse non si può descrivere se non come una specie di doppio legame in cui ciascuna/tutte le alternative che associamo con l’azione umana – stare seduti o in piedi, agire o riposare, parlare o stare zitti, vivere o morire – non sono solo spiacevoli ma letteralmente orribili.

La Cosa è anche sola in un modo che non si può spiegare. Non c’è modo per Kate Gompert anche semplicemente per cercare di spiegare a qualcuno come ci si sente con la depressione clinica, neanche a un’altra persona che sia in depressione clinica, perché una persona in un simile stato è incapace di empatia per qualsiasi altra cosa vivente. Anche questa Incapacità anedonica a Identificarsi è parte integrale della Cosa. Se una persona che prova un dolore fisico non riesce a fare altro che provare il proprio dolore, una persona clinicamente depressa non può neanche concepire un’altra persona o una cosa come indipendente dal dolore universale che la sta inghiottendo cellula dopo cellula. Tutto fa parte del problema, e non c’è soluzione. È un inferno privato.

Il termine usato dai medici, depressione psicotica, fa sentire Kate Gompert particolarmente sola. Soprattutto la parola psicotica. Cercate di capire. Due persone stanno urlando dal dolore. Una di loro viene torturata con la corrente elettrica. L’altra no. Quella che urla perché è torturata con la corrente elettrica non è psicotica: le sue urla sono appropriate alla circostanza. La persona che urla senza essere torturata, invece, è psicotica, dato che le persone esterne che stanno facendo la diagnosi non vedono nessun elettrodo o un amperaggio misurabile. Una della cose meno piacevoli dell’essere in depressione psicotica in una corsia piena di pazienti con depressione psicotica è giungere alla conclusione che nessun paziente è veramente psicotico, e le loro urla sono decisamente appropriate a certe circostanze che non possono essere scoperte da nessuno. Da qui la solitudine: è un circuito chiuso: la corrente è applicata dal dentro e viene ricevuta dentro.

La persona che ha una cosiddetta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l’avere della vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla stessa finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano «No!» e «Aspetta!» riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.

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