Americanah: occhi

Gli occhi di Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di Americanah

Americanah è il romanzo degli occhi che devono abituarsi a nuovi mondi e riabituarsi alla vecchia casa.

Primo giorno negli USA: abituare lo sguardo

Quando Ifemelu, la protagonista del romanzo, atterra per la prima volta negli Stati Uniti si accorge che c’è una forte scollatura tra la realtà e le sue aspettative, con la quale dovrà fare i conti per mesi.

Ogni nuova ondata di calore ricordava a Ifemelu la sua prima estate, quella del suo arrivo. Era estate in America, e lei lo sapeva, ma per tutta la vita aveva considerato l’«oltreoceano» come un luogo freddo di cappotti di lana e neve, e poiché l’America era oltreoceano, e le sue illusioni così forti da non poter essere contrastate dalla ragione, comprò per il viaggio il maglione più pesante che riuscì a trovare al mercato di Tejuosho. Se lo mise durante il volo, tirando tutta su la cerniera nel ronzio dell’interno dell’aereo e poi tirandola giù uscendo con zia Uju dall’aeroporto. Il calore soffocante la inquietò, così come la vecchia Toyota col portellone posteriore di zia Uju, con la chiazza di ruggine sul fianco e la stoffa dei sedili che veniva via. Fissò gli edifici, le auto e le insegne, ma era tutto opaco, e ne rimase delusa; nel paesaggio della sua immaginazione, le cose di tutti i giorni in America erano rivestite di un alone luminoso. Rimase stupita, soprattutto da un adolescente col berretto da baseball in piedi davanti a un muro di mattoni, lo sguardo basso, il corpo inclinato in avanti e le mani tra le gambe. Si girò per guardarlo di nuovo.

– Guarda quel ragazzo! – disse. – Non sapevo che la gente in America facesse cose del genere.

– Non sapevi che la gente in America facesse la pipì? – domandò Uju, lanciando un’occhiata distratta al ragazzo prima di rivolgere l’attenzione a un semaforo.

– Ah-ha, no, zia! Volevo dire che non sapevo che la facessero all’aperto, in quel modo.

Riorno a Lagos: riabituare lo sguardo

Ifemelu prova uno spaesamento simile a quello che visse da immigrata in America anche quando ritorna a casa. Lagos è irriconoscibile o forse è cambiata lei?

All’inizio Lagos l’aggredì; la fretta stordita dal sole, gli autobus gialli pieni di membra pressate, gli ambulanti sudati che correvano dietro alle macchine, gli annunci pubblicitari su enormi cartelloni (altri scribacchiati sui muri – IDRAULICO, CHIAMA 080177777) e i mucchi di immondizia che spuntavano irridenti ai margini delle strade. La grancassa del commercio batteva spavalda. E l’aria era un concentrato di iperboli, di conversazioni piene di enfatiche rimostrante. Una mattina il corpo di un uomo giaceva disteso in Awolowo Road. Un’altra mattina, l’Isola si era allargata trasformando le auto in barche boccheggianti. Lì, pensò, poteva succedere di tutto, dalla solida pietra sarebbe potuto spuntare un pomodoro maturo. E quindi provava la sensazione vertiginosa di cadere nella persona nuova che era diventata, cadere nel familiare estraneo. Era sempre stata così o era completamente cambiata durante la sua assenza?

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