Razzabuglio: il blog di Ifemelu

Il blog di Ifemelu si chiama Razzabuglio

Ifemelu è la protagonista di Americanah. Nigeriana emigrata in America e alle prese con diversi strati di razzismo e incomunicabilità tra questi due mondi, ha un blog chiamato Razzabuglio.

Il blog in realtà non esiste (purtroppo): è semplicemente una linea narrativa attorcigliata attorno alle vicende dei personaggi. Infatti, molti capitoli si concludono con un articolo di Razzabuglio che, da un punto di vista tematico, integrano le cose che succedono a Ifemelu.

Ogni articolo affronta un tema sociale rilevante con ironia e intelligenza. Inoltre, fanno riflettere su tutta una serie di aspetti che non attraversano mai la prospettiva di chi appartiene razza/classe dominante. Come me. Per questo motivo sono davvero grato a Chimamanda Ngozi Adichie per avermi regalato Americanah e allo stesso tipo un po’ triste perché Razzabuglio non esiste per davvero.

Ecco uno degli articoli del finto blog di Ifemelu.

Capire l’america per i Neri Non Americani: a cosa aspirano i WASP?

Quel figo del professor Hunk ha un collega professore in visita, un tizio ebreo con il pesante accento di quei paesi europei in cui gran parte delle persone beve un bicchiere di antisemitismo a colazione. Dunque, il professor Hunk parla di diritti civili, e l’ebreo dice: – I neri non hanno sofferto come gli ebrei -. E il professor Hunk ribatte: – Ma via, non siamo mica alle olimpiadi dell’oppressione.

Il tizio ebreo non lo sa, ma «le olimpiadi dell’oppressione» è quello che gli americani progressisti intelligenti dicono per farti sentire stupido e per metterti a tacere. Ma in effetti «le olimpiadi dell’oppressione» ci sono. Tutte le minoranze razziali americane – neri, ispanici, asiatici ed ebrei – subiscono la merda dei bianchi, merda di tipo diverso, magari, ma sempre merda è. Ognuno in cuor suo è convinto di beccarsi quella peggiore. Dunque, no, non c’è la Lega degli Oppressi Uniti. Comunque, tutti pensano di essere migliori dei neri perché, be’, non sono neri. Prendete Lili, per esempio, la donna dalla pelle color caffè e i capelli neri che parlava spagnolo e puliva la casa di mia zia in una cittadina del New England. Era molto altezzosa. Mancava di rispetto, puliva male, aveva un sacco di pretese. Mia zia pensava che a Lili non piacesse lavorare per i neri. Prima di licenziarla, disse: – Che stupida, pensa di essere bianca -.

Quindi l’essere bianchi è la cosa a cui aspirare. Non tutti lo fanno, naturalmente (prego i commentatori di astenersi dall’affermare l’ovvio), ma molte minoranze hanno una conflittuale attrazione per la bianchezza WASP o, più precisamente, per i privilegi della bianchezza WASP. Magari non impazziscono per la pelle pallida, ma di sicuro apprezzano il fatto di entrare in un negozio senza un tizio della sicurezza alle calcagna.

Odiare il gentile e poi mangiarselo, come diceva il grande Philip Roth. Se tutti in America aspirano a essere WASP, allora a cosa aspirano i WASP? Qualcuno lo sa?

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah. (pp. 213-14). Un articolo di Razzabuglio, il blog di Ifemelu.

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