Americanah: integrazione e lingua

Chimamanda Ngozi Adichie, l'autrice del libro Americanah

Come ho già scritto altrove, leggere Americanah è come mettersi degli occhiali distorcenti, che permettono di guardare il mondo dal punto di vista di uomini e donne della middle-class nigeriana immigrati negli USA o in UK. La maggior parte delle volte questo processo di integrazione fallisce: i protagonisti non riescono a capire il motivo di certe abitudini oppure si rendono conto che non verranno mai accettati perché non corrispondono agli stereotipi positivi e negativi che circolano su di loro. Ecco due estratti che mettono in luce questa problematica

La parola «mulatto» è un insulto?

Ginika le raccontò aneddoti sulle sue prime esperienze in America, come se fossero pieni di quella sottile saggezza che avrebbe fatto comodo a Ifemelu.

– Dovevi vedere come ridevano a scuola quando ho detto che avevo fatto un «bocchino». Perché qui bocchino vuol dire sesso orale! Poi ho dovuto spiegare a tutti che in Nigeria vuol dire fare una smorfia. E, ci credi?, «mulatto» è una parolaccia. Al primo anno di università ho raccontato a un bel po’ di amici che a casa avevo vinto il titolo di ragazza più carina della scuola. Te ne ricordi? non avrei mai dovuto vincere io. Piuttosto Zainab. Era solo perché ero mulatta. Ma qui va persino peggio. Ti becchi certa merda dai bianchi di questo paese che non te lo immagini nemmeno. Insomma, stavo raccontando che tutti i ragazzi mi venivano dietro perché ero mulatta e mi hanno detto che mancavo di rispetto a me stessa. Quindi adesso dico «birazziale», e in teoria dovrei offendermi se mi chiamano mulatta. Qui ho incontrato un sacco di gente con la madre bianca che ha un mucchio di problemi, eh. Io non sapevo nemmeno di doverne avere, di problemi, finché non sono arrivata in America. Sinceramente, se si deve crescere un figlio mulatto, meglio farlo in Nigeria

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah. Ginika, amica della protagonista, parla delle sue “difficoltà” linguistiche negli USA

Se usi la parola «grasso» qualcuno potrebbe offendersi

La stupiva ancora quanta differenza facessero pochi minuti di treno. Durante il suo primo anno in America, quando prendeva la New Jersey Transit fino alla Penn Station e poi la metropolitana per andare a trovare zia Uju a Flatlands, si stupiva di come alle fermate di Manhattan scendessero soprattutto bianchi magri e, man mano che il treno si addentrava in Brooklyn, rimanessero perlopiù viaggiatori neri e grassi. Ma al tempo non li avrebbe definiti «grassi». Avrebbe pensato piuttosto che fossero «grossi» perché una delle prime cose che le aveva detto l’amica Ginika era che in America «grasso» era una brutta parola, carica di giudizio morale quanto «stupido» o «bastardo», e non una semplice descrizione, come «basso» o «alto». E perciò aveva bandito «grasso» dal suo vocabolario.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah. Sempre Ginika spiega a Ifemelu perché non deve usare la parola «grasso» in America.

Altri articoli su Americanah

Ifemelu, la protagonista di Americanah, ha un blog ed è bellissimo, ma purtroppo non esiste

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *