Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood

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Grazie alla serie televisiva, Il racconto dell’ancella è una storia distopica molto famosa, che parla di un mondo in cui le donne sono sottomesse e il sesso non procreativo è vietato (compresa la masturbazione).

La protagonista del romanzo è un’ancella, ovvero una serva che ha come compito principale quello di essere ingravidata da uno dei generali della Repubblica di Galaad, il luogo dove è ambientata la storia.

Il romanzo sembra prendere a scalpellate il lettore attraverso la sua sintassi: frasi brevi, paratattiche, che restituiscono la sensazione che l’ancella parli in fretta e di nascosto. Tutto il libro si basa proprio sul senso di oppressione che può essere eluso solo dal monologo interiore della donna. In questo estratto, per esempio, la protagonista incontra dei turisti e immediatamente fantastica su ciò che ha perso. Buona lettura

Un gruppo di persone sta venendo verso di noi. Sono turisti, vengono dal Giappone pare, forse è una delegazione commerciale, in visita ai reperti storici o in cerca di colore locale. Sono minuscoli e ben fatti; sia gli uomini che le donne hanno la propria macchina fotografica, sia gli uomini che le donne il proprio sorriso. Si guardano intorno, con gli occhi vivaci, piegando il capo da un lato come pettirossi, aggressivi nella loro stessa allegria, e non posso fare a meno di fissarli con curiosità. È da molto tempo che non vedo donne indossare gonne così corte, scendono appena oltre le ginocchia e le gambe sgusciano da sotto, quasi nude nelle loro calze sottili; le scarpe hanno i tacchi alti con dei cinturini fissati ai piedi come delicati strumenti di tortura. Le donne ondeggiano sui tacchi a spillo come su trampoli, sbilanciate; hanno il capo scoperto, e i capelli mostrano tutta la loro cupa sessualità. Portano un rossetto color carminio, che sottolinea le umide cavità della bocca, come gli scarabocchi sulle pareti dei gabinetti nel tempo addietro.

Smetto di camminare. Diglen si ferma, accanto a me, e so che neanche lei riesce a distogliere gli occhi da quelle donne. Siamo affascinate, ma anche disgustate. Paiono svestite. Ci è voluto poco tempo per mutare parere, su cose come queste. Poi penso: anch’io mi vestivo così. Così era la libertà. Si chiamava moda occidentale.
I turisti giapponesi vengono verso di noi, cinguettanti, e noi distogliamo il capo troppo tardi: ci hanno viste in faccia. C’è un interprete, nel suo abito blu, con la cravatta a disegni rossi e la spilla. Si fa avanti, fuori dal gruppo, e ci blocca la strada. I turisti fanno capannello dietro di lui: uno di loro alza la macchina fotografica.
«Scusatemi» dice l’interprete rivolto a noi due, abbastanza educatamente. «Stanno chiedendo se possono fotografarvi».
Guardo in basso il marciapiede, scuoto il capo per dire No. Loro non devono vedere altro che le alette bianche, un tratto del viso, il mento e parte della bocca. Gli occhi no. Mi trattengo dal guardare l’interprete, perché si dice che quasi tutti facciano parte degli Occhi. Mi trattengo anche dal rispondere Sì. La modestia è nell’invisibilità, diceva Zia Lydia. Non scordatelo. Essere viste, viste (la voce le tremava), è essere penetrate. Voi ragazze, dovete essere impenetrabili.

Ci chiamava ragazze.

Accanto a me, anche Diglen sta in silenzio. Si è infilata le mani rossoguantate dentro le maniche, per nasconderle.

L’interprete si volta verso il gruppo dei giapponesi, parla con loro scandendo le parole. So quello che dirà, l’ho già sentito altre volte. Dirà loro che qui le donne hanno costumi diversi, che fissarle attraverso le lenti di una macchina fotografica equivarrebbe per loro a un atto di violenza.
Guardo in basso, sul marciapiede, attratta dai piedi delle donne. Una indossa sandali aperti in punta, ha le unghie dipinte di rosa. Ricordo l’odore dello smalto, che si arricciava quando ci si dava la seconda mano troppo presto, la pressione del collant liscio e aderente sulla pelle, la sensazione delle dita dei piedi spinte verso l’apertura dei sandali da tutto il peso del corpo. La donna con le unghie smaltate si appoggia prima su un piede poi sull’altro. Vorrei mettermi quei sandali, me li sento addosso. L’odore dello smalto dalle unghie mi ha dato una sensazione di avidità.

«Scusatemi» dice nuovamente l’interprete, per richiamare la nostra attenzione. Io annuisco, per mostrare di averlo sentito. «Chiede se siete felici». Posso immaginare la loro curiosità: Sono felici? Come possono essere felici? Fissano i loro brillanti occhi neri su di noi; si sporgono in avanti per afferrare le nostre risposte, specialmente le donne, ma anche gli uomini: siamo segrete, proibite, li eccitiamo.
Diglen non dice niente. C’è un attimo di silenzio. Ma talvolta è pericoloso non parlare.
«Sì, siamo molto felici» mormoro.
Che altro potrei dire?

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella

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