L’Isola dei senza memoria, la scomparsa delle rose

la copertina del libro L'isola dei senza memoria di Yoko Ogawa

Ho conosciuto L’isola dei senza memoria grazie all’iniziativa di Il Saggiatore durante l’emergenza COVID-19. È un libro distopico scritto da Yoko Ogawa, una donna. Di solito non me ne frega nulla del genere dell’autore ma tutto il romanzo, come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, trasmette una cura e un senso del dettaglio che, nella mia esperienza, ho incontrato solo nelle donne che ho conosciuto.

La storia si basa su un’idea davvero affascinante: esiste un’isola dove periodicamente scompare qualcosa dalla memoria dei suoi abitanti (il profumo, i traghetti, gli smeraldi, gli uccelli, etc). Questa forma di vuoto sembra espandersi in modo inesorabile tra le vite delle persone, che sono controllate costantemente dalla polizia segreta. La protagonista, una scrittrice, decide di mettere in atto una piccola forma di resistenza a questa situazione aiutando un amico che non riesce a dimenticare le cose sparite.

Dopo aver mangiato tutti i panini che avevo scaldato, seguii il rumore dei passi e andai ad aprire una finestra che dava a nord. Si erano raccolti lì l’ex cappellaio, la coppia scontrosa che abitava accanto, il cane a macchie marroni e dei bambini con la cartella sulle spalle. Scrutavano tutti il fiume senza parlare.
In realtà, era fin troppo strano, e anche bello, per definirlo fiume. E pensare che fino al giorno prima era un banale corso d’acqua, nel quale al massimo, a volte, si potevano vedere affiorare le pinne dorsali di qualche carassio.
Mi sporsi dalla finestra e sbattei più volte le palpebre. La superficie dell’acqua era completamente coperta da piccoli frammenti di un colore impossibile da definire con una sola parola: rosso, rosa, bianco. Non restava il benché minimo spazio libero. Quei frammenti – a guardarli dall’alto – sembravano qualcosa di morbido –, sovrapponendosi e inseguendosi, si muovevano a una velocità di gran lunga minore rispetto al normale flusso del fiume.
Scesi di corsa nel sotterraneo e uscii nel lavatoio dove avevo accolto la famiglia Inui. Era il posto da cui potevo osservare il fiume più da vicino.
Quell’angolino pavimentato lì fuori era freddo e ruvido. Negli interstizi tra le mattonelle era cresciuto del trifoglio. Proprio di fronte ai miei piedi, scorreva lo strano flusso. Mi inginocchiai, immersi entrambe le mani nella corrente e ne raccolsi un po’: i miei palmi erano completamente coperti di petali di rosa.
«È meraviglioso!»
L’ex cappellaio mi si era rivolto dall’altra riva.
«Davvero!»
Anche gli altri annuirono tutti. I bambini inseguivano il flusso della corrente, con le cartelle che sbattevano rumorosamente sulle spalle.
«Filate a scuola!» gridò loro l’uomo.
Nessuno dei petali era ancora avvizzito. Anzi, bagnati dall’acqua fredda, apparivano ancora più freschi e brillanti di quando formavano le rose. E il loro profumo, disciolto nella foschia mattutina, si diffondeva verso l’alto, quasi soffocante.
Era tutto petali di rosa, a perdita d’occhio. Solo nel punto in cui li avevo raccolti, per un istante la superficie dell’acqua aveva fatto capolino, ma subito i petali di rosa vi si erano assiepati di nuovo. Uno dietro l’altro sembravano essere risucchiati in mare sotto l’effetto di un sonno ipnotico.
Rimisi nel fiume i petali che mi si erano attaccati alle mani. Ce n’erano di tanti tipi diversi: con un’estremità arricciata come un volant, di colore sbiadito, di colore intenso, ancora attaccati al calice… Per un po’ rimasero incastrati ai mattoni del lavatoio, ma alla fine furono di nuovo inghiottiti dalla corrente, e non si distinguevano più dagli altri.
Mi lavai il viso, misi solo la crema e, senza truccarmi, uscii fuori con un cappotto sulle spalle. Pensavo di risalire il fiume e andare a vedere il roseto sul versante sud della collina.
Sulle sponde si erano radunate molte persone per assistere a quello splendido fenomeno. Anche i membri della polizia segreta erano più del solito. Come sempre avevano armi appese ai fianchi e stavano in piedi, privi di espressione.
I bambini sembravano ormai incontenibili: lanciavano sassi, rimestavano i petali con lunghi bastoni trovati chissà dove. Tuttavia, il flusso non era turbato da quelle piccole marachelle. Qualche banco di sabbia o qualche palo piantato qua e là non costituivano affatto un intralcio al cospetto dell’impressionante quantità di petali: sembrava potessero avvolgerti come una morbida coperta, se ti ci fossi coricata.
«E chi se lo aspettava!»
««Una scomparsa così magnifica non si è mai vista!»
«Scatto qualche foto?»
«Lascia perdere, a che serve scattare foto a cose scomparse?»
«Be’, in effetti…»
Per non provocare la polizia segreta, gli adulti parlavano bisbigliando.
A parte il panettiere, i negozi erano ancora quasi tutti chiusi. Pensai di andare a vedere cosa fosse accaduto alle rose del fioraio, ma la saracinesca era abbassata. Gli autobus e i tram erano vuoti. Il sole faceva pian piano capolino tra le nubi e, nello stesso tempo, la foschia mattutina si assottigliava sempre più, ma il profumo rimaneva immutato.
Come avevo immaginato, nel roseto non era rimasta una sola rosa. I rami, ormai tutti spine e foglie, erano conficcati sul pendio come ossa rinsecchite. Ogni tanto, dalla cima della collina – dalle parti dell’osservatorio ornitologico –, scendeva il vento e trasportava verso il fiume i petali rimasti a terra. In quei momenti le foglie e i rami vibravano.
Non si vedeva nessuno: né la signorina troppo truccata che stava sempre all’accoglienza, né gli addetti alla cura delle piante, né, ovviamente, i visitatori. Dopo un momento di esitazione, in cui mi chiesi se dovessi pagare il biglietto d’ingresso, attraversai semplicemente il cancello e camminai sul sentiero in pendenza, seguendo le frecce del percorso di visita.
I pochi fiori piantati che non fossero rose – campanule, cactus di Natale e genziane giapponesi – stavano bene. Fiorivano in silenzio, con aria mortificata. Sembrava che il vento avesse scelto solo le rose per spargerne i petali.
Il roseto senza rose aveva un aspetto spoglio e insignificante. Stringeva ancora di più il cuore vedere i segni lasciati dalla cura delle piante, come il posizionamento di stecche di sostegno e lo spargimento del concime. La terra ben nutrita produceva un rumore morbido. Fin lì non giungeva il frastuono dalla riva del fiume. Affondai le mani nelle tasche e camminai per la collina con la sensazione di essermi persa in un cimitero di ignoti.
Mi accorsi però che, pur fissando intensamente le spine, le foglie e i rami, e leggendo i cartelli che spiegavano le varie specie, non riuscivo a ricordare la forma delle rose.

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