Il terzo libro di 2666: la Parte di Fate

Un'immagine di Planet Terror di Robert Rodrigez, che c'entra con la Parte di Fate, terzo libro di 2666

La Parte di Fate è il perno attorno a cui svolta 2666. Sei nei primi due libri (la Parte dei Critici e quella di Amalfitano) si ride molto e si fa una scorpacciata di situazioni surreali, da questo momento in poi la violenza comincia a manifestarsi con forza, mentre prima era solo sussurrata in qualche episodio.

Si continua a ridere molto, ma con un alito di tensione che ci respira alle spalle.

La trama in breve

Oscar Fate è un giornalista afroamericano che, dopo aver intervistato l’ex pantera nera Barry Seaman (che non esiste davvero), si reca a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe tra un pugile messicano e uno statunitense. In realtà lui si occupa di cronaca politica, ma il responsabile della sezione è stato appena ammazzato.

Santa Teresa è, come al solito, un luogo folle pieno di folli. Lì Fate assiste all’incontro di boxe, ma soprattutto incontra due uomini, Chucho Flores e Charly Cruz, entrambi appassionati di film. In particolare Cruz ha una catena di noleggio di VHS. Conosce anche due ragazze: Rosa Méndez e Rosa Amalfintano, la figlia del protagonista del primo libro.

Una sera finisce a casa di Charly Cruz, in mezzo al deserto, dove guarda un film porno apocrifo di Robert Rodrìguez e si trova in una situazione davvero pericolosa.

Il monologo di Barry Seaman nella parte di Fate

La Parte di Fate è il libro più “adrenalinico” di 2666. Comincia come un allucinogeno e si conclude nel formato di un thriller. Per questo motivo non riporto nulla qui di ciò che accade al giornalista a Santa Teresa.

Vi propongo invece uno stralcio di un discorso indiretto pronunciato da Barry Seaman rivolto a un gruppo di fedeli. Il monologo è suddiviso in cinque parti, ciascuna di esse associata a una parola: pericolo, soldi, cibo, stelle, utilità. Questo estratto vi permette di capire come Bolaño usi in modo efficace il discorso indiretto libero.

STELLE. Disse che la gente conosceva molti tipi di stelle o credeva di conoscere molti tipi di stelle. Parlò delle stelle che si vedono la notte, per esempio, quando uno va da Des Moines a Lincoln sulla 80 e l’automobile si rompe, niente di grave, l’olio o il radiatore, forse una gomma bucata, e uno scende e tira fuori il cric e la ruota di scorta dal bagagliaio e cambia la gomma, mezz’ora nel peggiore dei casi, e quando ha finito guarda verso l’alto e vede il cielo pieno di stelle. La Via Lattea. Parlò delle stelle dello sport. Quelle sono un altro tipo di stelle, disse, e le confrontò con le stelle del cinema, precisando però che la vita di una stella dello sport di solito era parecchio più breve della vita di una stella del cinema. Quella di una stella dello sport, nel migliore dei casi, durava quindici anni, mentre la vita di una stella del cinema, di nuovo nel migliore dei casi, poteva durare quaranta o cinquant’anni, se la carriera era iniziata in gioventù. Al contrario, la vita di una qualunque delle stelle che si potevano contemplare sul ciglio della 80, mentre viaggiavi da Des Moines a Lincoln, durava milioni di anni oppure, nel momento in cui la contemplavi, poteva essere morta da milioni di anni e il viaggiatore che la contemplava non ne aveva il minimo sospetto. Poteva trattarsi di una stella viva o poteva trattarsi di una stella morta. A volte, secondo come si guardava la cosa, disse, la questione era priva di importanza, perché le stelle che uno vede di notte vivono nel regno dell’apparenza. Sono apparenza, nello stesso modo in cui sono apparenza i sogni. Perciò il viaggiatore della 80 a cui è appena scoppiato un pneumatico non sa se quello che contempla nell’immensità della notte sono stelle o se, al contrario, sono sogni. In qualche modo, disse, anche quel viaggiatore fermo è parte di un sogno, un sogno che si stacca da un altro sogno come una goccia d’acqua si stacca da una goccia d’acqua più grande che chiamiamo onda. Giunto a questo punto Seaman avvertì che una cosa è una stella e un’altra un meteorite. Un meteorite non ha niente a che vedere con una stella, disse. Un meteorite, soprattutto se la sua traiettoria lo porta a uno scontro diretto con la Terra, non ha niente a che vedere con una stella, né con un sogno, ma piuttosto, forse, con l’idea di distacco, una specie di distacco al contrario. Poi parlò delle stelle marine, disse che Marius Newell ogni volta che camminava su qualche spiaggia della California trovava, chissà come, una stella marina. Ma disse anche che le stelle marine trovate sulla spiaggia in genere erano morte, erano cadaveri espulsi dalle onde, anche se c’erano, certo, eccezioni. Newell, disse, riusciva sempre a distinguere le stelle marine morte da quelle ancora vive. Non so come, ma le distingueva. E quelle morte le lasciava sulla spiaggia e quelle vive le ributtava in mare, le lanciava vicino alle rocce perché avessero almeno un’opportunità. Tranne una volta in cui si portò a casa una stella marina e la mise in un acquario, con acqua salata del Pacifico. Accadde quando le Pantere Nere erano appena nate e si dedicavano a dirigere il traffico nel quartiere perché le auto non circolassero a tutta velocità e ammazzassero i bambini. Sarebbe bastato un semaforo o forse due, ma il comune non aveva voluto metterne neanche uno. Così quella fu una delle prime uscite delle Pantere, come vigili urbani. E nel frattempo Marius Newell si prendeva cura della sua stella marina. Naturalmente, non tardò a rendersi conto che l’acquario aveva bisogno di un motore. Una sera uscì con Seaman e il piccolo Nelson Sànchez a rubarlo. Nessuno di loro era armato. Andarono in un negozio specializzato nella vendita di pesci rari a Colchester Sun, un quartiere di bianchi, ed entrarono dal retro. Quando avevano già il motore in mano comparve un tipo con un fucile. Pensai che saremmo morti lì, disse Seaman, ma Marius disse: non spari, non spari, è per la mia stella marina. Il tipo con il fucile rimase immobile. Indietreggiammo. Il tipo avanzò. Ci fermammo. Il tipo si fermò. Tornammo a indietreggiare. Il tipo avanzò ancora. Alla fine arrivammo alla macchina che guidava il piccolo Nelson e il tipo si fermò a meno di tre metri. Quando Nelson mise in moto la macchina, il tipo si portò il fucile alla spalla e lo puntò contro di noi. Accelera, gli dissi. No, disse Marius, piano, piano. La macchina uscì sulla strada principale a passo d’uomo e il tipo dietro, camminando con il fucile puntato. Ora sì, accelera, disse Marius, e quando il piccolo Nelson schiacciò l’acceleratore il tipo rimase immobile e si fece sempre più piccolo, finché non lo vidi sparire nello specchietto retrovisore. Naturalmente il motore non servì per niente a Marius e nel giro di una settimana o due, malgrado le cure ricevute, la stella marina morì e andò a finire nella spazzatura. In realtà, quando uno parla di stelle, lo fa in senso figurato. Si chiama metafora. Uno dice: è una stella del cinema. Sta usando una metafora. Uno dice: il cielo è pieno di stelle. Altre metafore. Se a uno tirano un destro alla mascella e lo mettono knock out, si dice che ha visto le stelle. Altra metafora. Le metafore sono il nostro modo di perderci nelle apparenze o di restare immobili nel mare delle apparenze. In questo senso una metafora è come un salvagente. E non bisogna dimenticare che ci sono salvagenti che galleggiano e salvagenti che ti tirano a piombo verso il fondo. È meglio non dimenticarlo mai. La verità è che c’è solo una stella e questa stella non è affatto un’apparenza né una metafora né salta fuori da un sogno o da un incubo. Ce l’abbiamo là fuori. È il sole. È, per nostra disgrazia, l’unica stella. Quando ero giovane ho visto un film di fantascienza. Un’astronave smarrisce la rotta e si avvicina al sole. Gli astronauti cominciano ad avere mal di testa, questo come prima cosa. Poi sudano tutti in abbondanza e si tolgono le tute spaziali, ma anche così non riescono a smettere di sudare come matti e di disidratarsi. La gravità del sole li attrae inesorabilmente. Il sole inizia a sciogliere il rivestimento dell’astronave. Lo spettatore non può evitare di sentire, seduto nella sua poltrona, un caldo insopportabile. Non ricordo più il finale. Credo che si salvino all’ultimo minuto correggendo la rotta dell’astronave, riportandola verso la Terra, e il sole resta alle loro spalle, enorme, una stella impazzita nell’immensità dello spazio.

Roberto Bolaño, 2666, Adelphi

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