Il finale di La Morte del Padre

copertina di knausgard, la morte del padre

L’ho già scritto da un’altra parte che Knausgard non risparmia nulla di sé al lettore, intrappolandolo per 500 pagine circa nelle sue introspezioni sul senso del vivere. Poi però si viene rilasciati su cauzione (questo romanzo è il primo di sei) con una riflessione folgorante dedicata alla morte.

Vivere/morte: un verbo in cambio di un sostantivo. Tre correlativi oggettivi che riassorbono l’intero viaggio fatto insieme a Karl Ove. Non so se sono d’accordo con lui, non so neanche se ho capito cosa volesse dirci. So soltanto che quell’ultima frase è un’eco che ogni tanto mi ritorna in testa.

Questa volta ero preparato a quello che mi aspettava e il suo corpo, la cui pelle doveva essersi scurita ulteriormente nell’arco delle ultime ventiquattro ore, non risvegliò in me nessuna delle sensazioni che mi avevano dilaniato il giorno prima.

Adesso quello che vedevo era l’assenza di vita: non esisteva più nessuna differenza tra ciò che un tempo era stato mio padre e il tavolo su cui giaceva, o il pavimento su cui si trovava il feretro, o la presa incassata nella parete sotto la finestra, o il filo che proseguiva fino alla lampada da muro affissa a lato.

Perché l’essere umano è soltanto una forma tra le altre che il mondo manifesta ed esprime di continuo, non soltanto in tutto ciò che è vivo, ma anche nelle cose inanimate, disegnate nella sabbia, nella pietra e nell’acqua. E la morte, che io avevo sempre considerato la dimensione più importante della vita, oscura, allettante, non era altro che un tubo che perde, un ramo che si spezza al vento, una giacca che scivola da una gruccia e cade per terra.

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